Monday, June 27, 2005


A.R.
Posted by Hello



Un mese di tempo

Roma 4/4/05

Cosa c’è che non va? Penso sia questa la domanda che riempie i cervelli di chi mi incontra. Sinceramente non lo so dire, meglio, non posso dire. Andare in senso contrario può considerarsi ugualmente andare o dovrebbe intendersi come un arretrare, un fuggire, un tornare? Oggi parto, un mese di tempo che prendo, oltre ai trecento appena passati. Come si suol dire, lascio la città, questo informe ammasso di vite appese l’una all’altra e ognuna intenta a spingere nella propria direzione. Talmente tante sono le strade che a volte viene facile illudersi di scovarne una parallela alla nostra, così simile alla nostra da poterla dire gemella. Semplici tratti, eppure..oppure..Comunque fosse avevo deciso, la mia soluzione, o direzione, era partire. La mattina era ancora fresca, come ne regala a volte il nostro aprile e già si respirava la tensione. Il drago fumante di macchine ruggiva al vento tutta la rabbia ottusa dei “padroni del vapore”, mentre, da solo, sul lato opposto della riva, caricavo il fidato destriero metallico con quelle quattro cose destinate ad accompagnarmi nel mio eremo agognato. Avevo ancora gli occhi di fuoco rossi o, per dirla con meno enfasi, ancora abbottati dalla notte precedente, gli anni passano, ma le vecchie abitudini sono dure a morire, così tra un bicchiere ed un papiro arrotolato la sveglia mattutina continua a restare la prova più ardua del buon nonfancazzista. Primi chilometri in automatico, mi fermo al primo autogrill che sono ancora sul raccordo, urge caffé. Sono al terzo e non mi sono svegliato da neanche un’ora, comunque oggi qualche motivo ce l’ho, devo fare ottocento km di macchina filati e arrivare a destinazione nelle prime ore del pomeriggio. Non sono sicuro che questa sorta di fuga possa realmente rappresentare un qualcosa di costruttivo per la mia vita, ma a spingermi lontano è il troppo schifo accumulato, un po’ di tempo per stare solo mi sembra adesso quel che ci vuole e forse è vero che non si può cavare sangue da una rapa, ma bisogna vedere chi sbaglia, io, a pensare che mi vogliate cavare il sangue o voi, a pensare che una rapa non serva a un cazzo? Tutti lì a misurare, con il metro in una mano e l’altra aperta a raccogliere le offerte. Il pensare critico messo al bando da una società in disperata ricerca di consensi e troppo debole per affrontare i suoi problemi, per affrontarsi e non soccombere. Possibile che l’astuzia, la furbizia debbano per forza essere l’anticamera dell’illegalità, della truffa? Hai buona parlantina, un bell’aspetto, buone capacita comunicative e ambisci ad elevate possibilità di guadagno? Chiamaci: Truffe e Affini S.r.l. Mi si perdoni la divagazione, ma è mai possibile fare uno stage di settimane per poi rendersi conto che ciò a cui si viene preparati è la truffa legalizzata? Che società è, la società che eleva il sistema della truffa ad economia? Possibile che l’unico modo di sottrarsi a questo mercato sia nascere benestanti? Avere la possibilità di scegliere rappresenta, di fatto, la scelta in sé? Mi chiedo ciò perché prima di rifiutare l’offerta di questo lavoro, mi sono trovato a pensare alle mie necessità, su quale fosse il loro peso in relazione alla mia scelta. E’ in altre parole possibile che il denaro sia divenuto qualificante anche sul piano morale? Probabilmente sono un vero ignorante. Chissà quanti libri, quanti trattati, quante parole sono già state spese sull’argomento. E quante giustificazioni. Dico solo che un mondo che vuole fondare la propria economia sul bisogno indotto, non può chiedere di essere morale a chi già vive i bisogni reali nella frustrazione di non poter raggiungere né questi né quelli. Denuncia sul cinismo del mondo a parte, ero rimasto alla triste lista di motivi che stavano alla base della mia partenza. All’insuccesso della vita professionale va infatti aggiunto quella che per me, per motivi tutt’altro che univoci, ha rappresentato e rappresenta ancora la mia croce più pesante: l’università. Avere a trent’anni questo capitolo ancora aperto, comporta molte conseguenze. La prima e forse la più lacerante, è quella di cominciare a guardarsi come uno che non termina le cose, incapace di porsi un traguardo e raggiungerlo. Non è facile ammettere a se stessi di aver fallito obbiettivo e ancor più difficile è presentarsi di fronte a chi aveva scelto di credere alle tue qualità, alle tue capacità e che, per farla breve, di te si era fidato. Non è facile certo, a meno che tu non sia il Presidente del Consiglio, maggior imprenditore del paese e proprietario, quando non controllore diretto, dei principali mezzi di comunicazione e informazione, etc. Nel tal caso, infatti, potrai tranquillamente presentarti di fronte non solo ai tuoi elettori, ma all’intero paese, attribuendo gli indiscussi crolli elettorali ed il mancato raggiungimento di irrealistici obbiettivi agli avversari politici, paragonandoli alla mafia, ad uno stato parallelo e illegale che trama nell’ombra spalleggiato da organizzazioni sovversive quali le scuole e le università, il PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. Tutto torna, anche le mie croci, l‘università. Eppure mi chiedo, come potrei rivolgermi al mio elettorato, nel caso specifico la mia santa famiglia, mio padre e mia madre, ed invocare a mia discolpa l’infernale spettro di un comunismo che alberga nelle menti, nei cuori, finanche nei corridoi di codeste immonde istituzioni? No, non potrei, io, proprio non potrei. Pensieri, pensieri che quella mattina ancora non sapevo avrei fatto, quella mattina era ancora tutto confuso, impazzito, in movimento e bloccato, come le migliaia di macchine in coda alle porte della city. Ero io che andavo mentre loro tornavano, o viceversa? Ancora non saprei dire e comunque non mi sembra vincolante per il discorso che stavamo facendo. Ciò che invece mi sembra molto più attinente è la fine della mia vita di coppia. Forse è per questo che esistono tanti sinonimi della stessa parola: relazione, storia, tresca, rapporto e così via. Tante espressioni per una parola sola, amore. Piccola eppure talmente potente da doverla nascondere. Sembra più facile accettare la fine di una relazione che quella di un amore. Se poi parlo di tresca o di storia, mi viene in mente la classica sbandata da adolescente, il dubbio che mi manchi quando è lontana e la certezza che a mancarmi è quella distanza quando invece è vicina, non troppo vicina, altrimenti non ragiono più e al diavolo le distanze. Detto ciò, nel mio caso non riesco a fare a meno di pensare che, più che altro, si sia trattato di un vero e proprio divorzio, almeno nelle conseguenze. Che siano stati dieci o undici gli anni trascorsi insieme nessuno potrà mai saperlo. Ho perso il conto delle volte in cui ci siamo lasciati, ma ipotizzare la tripla cifra, garantisco, non è fantascienza. Appare impossibile, lo so, eppure non è mai stato questo il problema, o almeno non lo è mai stato fino a una ventina di mesi fa. Venti mesi, dico questo non per voler indicare un momento preciso, l’attimo che scatenò il tutto o via dicendo. Potrei calcolare i mesi in giorni e questi in minuti, solo per dire che il tempo scorre a seconda del nostro volere (o potere volare). Non sono morto di morte violenta, senza sapere, capire, ma lentamente, come si addice ai malati che stanchi non lottano più. Ti ho perso e non ricordo dove, o quando, soltanto, ricordo il perché. Non te ne faccio una colpa, so che dove oggi è il deserto ieri era il mare, so che il tempo cambia tutto, che il vento corrode anche le rocce, che l’amore non è eterno. E’ vero, lo so e l’ho sempre saputo, ciò non toglie però che quando me ne sono accorto non mi sia roduto. Ho sputato sangue quando ho finito i petali da offrire al tuo cammino così, mentre beata io mi beavo del tuo amore, non mi accorgevo del sacrificio che facevi a camminare a piedi scalzi..è proprio vero, per certe cose ci vuole il fisico ed io, nel tuo futuro ci stavo male, sembravo tisico. Lavoro: indipendenza economica, realizzazione. Università: conoscenza, cultura. Amore: futuro, famiglia. Tutto iniziato, tutto fallito. A pensarci bene non deve suonare così strano che abbia deciso di andarmene, di scappare, fuggire via lontano, dal mondo, da questa vita, dal rincorrersi dei rimorsi, dalle paure, dagli amici che non consolano, da una città troppo grande per essere tua, dalle scelte obbligate, dalle date, dal tempo, da me. Fuggire dunque, sì, ma dove? Ancora non sapevo bene, sentivo però fortissima in me la voglia di mare. Non so quale rapporto esista realmente tra l’uomo e quello specchio d’acqua azzurra che riempie l’orizzonte, probabilmente, come per tutte le cose, ognuno stabilisce con l’altro, sia esso uomo, animale o oggetto, un legame unico, non comparabile o tantomeno riproducibile. O forse non è così, forse per tutti è uguale ed io, anch’io come tanti, lotto contro i mulini a vento, vedo solo ciò che voglio e anch’io, voglio essere speciale. Magari domani, quando da baco diventerò farfalla, domani. Il futuro per allontanare lo sguardo dal presente, dalla domanda che mi spinge via: ora, chi sono? E mentre lo penso, l’incubo del bigattino, una larva di mosca, differenti categorie di vermi. L’occasione di scappare si presenta sul classico piatto d’argento, una chiacchiera al pub in allegria ed un amico che mi offre a poco una casa in punta d’Italia. Si parte, destinazione Sud. Dovrei arrivare verso le 16, otto ore filate di viaggio e nello stereo qualche canzone del vecchio Vasco a tenermi compagnia. A circa trenta chilometri dalla meta, l’umore era ancora quello cittadino, scorbutico, infastidito dal contatto umano, peggiorato se possibile dall’incontro con una guarnigione di barbari alla stazione di rifornimento. Sbagliando, la mia uscita era vari chilometri avanti, lascio la statale poco prima di una little town per immettermi sulla litoranea e finalmente mi ricordo perché ho deciso di mettermi in viaggio, il mare. Il primo impatto mi regala una scarica di felicità, sorrido, da solo, al volante e mi sento imbarazzato come quando da bambino vedevo una scena tenera alla tv. Sono contento, sento di aver fatto la scelta giusta. La giornata è illuminata da un sole vivo e dal blu accecante dell’acqua, la strada tortuosa sembra girare intorno al panorama come a mostrarlo tutto, in ogni angolo, come i gioielli nelle vetrine accattivanti dei negozi, solo che questo non si può comprare, non si può vendere, né mio, né tuo, né di nessuno, eppure, mio e tuo e di tutti ancora. Pensieri buffi, buttati là e interrotti dalla padrona di quello che sarebbe stato il mio rifugio per il prossimo mese. La presentazione rapida e cordiale, la signora, che fra l’altro era la zia del mio amico, mi mostra l’appartamento, sei posti letto ricavati tra un salottino e una stanzetta microscopica, accompagnati da cucinotto e bagno stile monolocale. Tutto estremamente pulito, con scorta iniziale di acqua, olio e sale per il primo impatto. Piccolo, ma estremamente confortevole, non proprio la reggia che mi aspettavo in relazione ai tanto sbandierati posti letto, ma tutto in ordine e funzionante, acqua calda compresa. Unico neo, assenza di stufe e similari, in parole povere niente riscaldamento, che detto così può sembrare superfluo, ma considerato che il mare ad aprile non è ancora quel forno arroventato dove si gettano fiumane di persone come polli allo spiedo, accetto ben volentieri di passare più tardi in paese per ovviare al problema. Comincio a prendere confidenza con il nuovo ambiente. Dall’esterno fatico a riconoscere quale sia la casa da dove sono appena uscito, davanti e dietro, la seguono e la precedono, come tanti scolaretti diligenti, varie copie, identiche per forma, grandezza, strutture e colore. Mi volto, a non più di cinquanta metri, i primi scogli lambiscono la riva di un mare che, increspato dal vento, mi sembra riempia ogni vuoto, fuori e dentro di me. Mi sento subito pieno di quella forza, una forza dolce come il movimento dell’onda, costante e invisibile a un tempo, che tutto muta senza che l’occhio percepisca nulla. Penso a mia nonna, in lacrime, mentre mi saluta, non mi ricordo di averla vista piangere neanche alla vigilia della mia partenza in India. Chissà che cosa avrà pensato o starà pensando ora, mentre io penso a quando mi ripeteva: ”Acqua cheta smuove i monti”. Grande donna, mia nonna. Passo le prime ore a sistemare le mie quattro cose, non sono molte ma il soggiorno sembra già non bastare. Mi accorgo e la cosa mi incuriosisce non poco, di avere lo stesso atteggiamento che a volte ricordo aver visto al mio cane alle prese con un ambiente nuovo. Che lo spazio sia grande o piccolo, all’iniziale giro di perlustrazione, segue immancabile la pisciata liberatrice e territoriale, metafora canina della tendenza anche umana di disfare immediatamente i bagagli per posizionarli in quegli angoli della casa che istintivamente sappiamo o sentiamo nostri. Sopra un divano ho buttato zaini e giaccone, probabilmente tra un mese, quando andrò via, ancora non saprò come ci sarei stato seduto, sarà il colore, sarà la posizione, sarà il feng-shui. Dalle mie elucubrazioni inutili, pensò a svegliarmi il fresco umido ormai pungente della sera, avevo pensato di declinare l’invito e di non passare più in paese a prendere la stufetta, ma il vero uomo che c’è in me aveva immediatamente ceduto il passo all’istinto di sopravvivenza. La strada che mi separa dal paese, tre chilometri scarsi di salita, sembra catapultarmi in un altro tempo. Prima di raggiungere la zia decido di fermarmi a comprare qualcosa in quella che un piccolo cartello di cartone indica come “frutta e verdura” e di testare il bar del paese. Non mi sentivo così osservato dal passaggio della frontiera con il Kashmir. Il caffé, ottimo, mi mette di buon umore e mi fermo al centro di quella che poi avrei scoperto essere la piazza principale, di fronte a quello che poi avrei scoperto essere il Castello del paese, telefono alla zia per avere spiegazioni su come raggiungerla. “Dove sei? Alla piazza? La prima o la seconda? Ma sei al castello? Vai dritto e poi gira a sinistra ci vediamo lì”. Ora, anche ammesso che io non sia un genio, ma qual è il “dritto” in una piazza? Quattro strade possibili, quale scegliere? Ne prendo una, prima curva a sinistra saltata, non mi sembra la strada giusta, alla seconda svolta giro per tornare indietro mentre in mezzo la strada vedo un puntino che si sbraccia, è lei. Fortuna, intuito, il caso, o la semplice esperienza di chi qui ci vive e sa come e dove vanno le cose? Non vale la pena pensarci, oltretutto zia Zita mi introduce rapida nella sua “alcova”, è la parrucchiera del paese. Dentro al negozio sembra vegetare una shampista, giovane, ma d’età indecifrabile, nascosta da un paio d’occhiali a montatura quintupla. Le stringo educato la mano, ma quella sfugge come una medusa. E’ una cosa che non sopporto, quella stretta di mano così priva di vita mi ha suscitato da sempre cattive emozioni. E’ qualcosa che non capisco e che rifiuto di capire e, se è vero che capire vuol dire accettare, sicuramente non voglio accettarla. Riflessioni fuori luogo, così per incanto anch’io mi sento improvvisamente fuori luogo. Che ci sto a fare qui? Un posto dimenticato da Dio, come i suoi abitanti, fuori dal tempo, fuori dal mondo, tanti vecchi e bambini e gli altri, tutti, fuggiti via, via dove e da dove invece fuggivo io e ancora la stessa domanda: da che sto fuggendo? da chi? Devo uscire dal vortice, la stufa, sì, la stufa. Improvvisamente mi riscopro nel negozio, le ciocche biondo meche attorno al viso sorridente e paffuto della zia mi rimettono allegria e poi, deve fare una buona impressione. Sfodero garbo e sorriso, il discorso piega sul nipote mentre apprendo che, in realtà, non è lei le padrona di casa, bensì un’amica che sarebbe arrivata di lì a poco per conoscermi, non chiedevo di meglio. Detto fatto, due minuti e la padrona irrompe nel negozio, presentazioni con bocca a circumnavigare il cranio e poi, via all‘interrogatorio: “Sono venuto per studiare tranquillo”, “Sì, grazie, la casa era perfetta”, “ Sì, i piatti li ho visti”, “Scaldabagno? Acceso”, “Frigorifero? Anche”, “La bombola? Vista e spenta prima di uscire”. Il peggio è passato, almeno è quello che credo esaurito l’argomento casa e invece, mi aspetta ancora il racconto del ginocchio malandato della povera figlia esasperata dal dolore e salvata solo da un accorto medico bolognese. Prima dei saluti siparietto esilarante tra la zia e la mia “nuova” padrona di casa per discutere a chi sarebbe toccato il merito ed il privilegio di lavarmi i “panni sporchi”. Portali a me, avanzava la zia, che siamo soltanto in due, io e mio marito. Anche noi siamo soltanto noi due, ribatteva pronta la padrona, alludendo a lei ed alla figlia ora prontamente guarita. Dio mio, un incubo in tono farsesco, scappo da una madre ossessiva fino in capo all’Italia e mi ritrovo catapultato in un lascia o raddoppia alla pugliese, pensavo di lasciare ed invece ho raddoppiato. L’ora di cena mai l’ho trovata così dolce, la padrona si allontana e con la stufa sotto il braccio anch’io mi avvio verso il mio fidato macinino, non prima di aver cortesemente declinato l’invito all‘aperitivo della zia, “Sa, il viaggio, la stanchezza..”. Torno a casa, pasto frugale e nanna, ormai non ricordo quanti sono gli anni che non sogno. Dicono che sognare sia un’attività non eludibile dal cervello umano, tutto sta nel ricordarselo ed un buon trucco può essere quello di scriverne appena svegli. Ci ho provato anch’io, una mattina presto, prima e ultima volta, senza caffé non riesco a pensare. In città non ho problemi, quando mi sveglio neanche mi lavo, infilo i vestiti accartocciati del giorno prima e sono già al bar sotto casa, in attesa della mia tazzina, poi torno su e ricomincio come mi fossi appena alzato dal letto. In città. Qui, invece, ho subito intuito che qualcosa sarebbe cambiato. Quello che dovrebbe essere il “mio” bar potrebbe trovarsi, traslando la Marina del paese in una metropoli, nel quartiere vicino. Non troppo, comunque, penserete voi. Lo pensavo anch’io, prima di rendermi conto come tutto fosse inesorabilmente chiuso, cerrado, kaput. Bar, farmacia, edicola, o le stesse case, tutte, o quasi, disabitate. La piacevole eccezione era infatti costituita da quella ancora in costruzione accanto alla mia, quella era aperta ed i lavori, come mi accorsi solo grazie alla mia proverbiale intuizione e non a causa del continuo martellare incessante, procedevano a pieno regime. Non certo il risveglio sognato, ma non mi scoraggio, nonostante anche il tempo sembri volermi lanciare segnali. Il cielo infatti è grigio, stracolmo di grasse nubi come solo sopra il mare sembrano sapersi addensare. Decido di esplorare un poco il territorio e di dare un’occhiata ai paesi limitrofi. Prima tappa Paese2 porto, ci arrivo seguendo la litoranea per pochi chilometri e lì mi fermo a consumare la mia “droga del risveglio”. Il panorama mi appare non molto diverso da quello appena lasciato, tutto si mostra in disuso, come buttato lì, in attesa, ma almeno il bar è aperto. Mi sposto e raggiungo il paese reale, Paese2, percorrendo un grosso rettilineo senza nulla attorno, un po’ desolato, che finisce in un imbuto nel quale, alternandosi, le macchine provenienti da entrambi i sensi si cedono vicendevolmente il passo. Il morale scende sempre più giù, ma, come si suol dire, non sai mai cosa si cela dietro l’angolo. L’imbuto mi immette infatti nella piazza centrale del paese e mi sorprende e mi sorprendo nel trovarmi a sorridere. Niente di trascendentale, il vecchio e seducente castello, qualche panchina sul rialzo al centro della piazza e ai lati un negozio di vini e prodotti biologici, una caffetteria, la farmacia, un locale con articoli per la casa e, poco distante, un’edicola. Che cosa mi ha stupito così tanto, ancora devo capirlo, forse il fatto che tutto fosse in ordine, aperto, funzionante, o che non mi sentissi più così straniero. Non so e comunque, anche se per un attimo fosse stata quella, la sensazione, il venditore di vini mi ricondusse subito alla realtà. “Com’è che sei qui?” “Vieni dalla città?” “Ci deve essere una grande confusione in questi giorni” “Quanto ti fermi?”. Ma un pacchetto di cazzi tuoi, no? Comunque sia, faccio le mie piccole spese, mi guardo un po’ in giro mentre quelli in giro guardano me e decido di tornare verso casa. Abbrevio il tragitto e taglio dritto evitando di scendere a mare, sulla strada mi colpisce l’immagine di due donne piegate sui campi, fazzoletto in testa e gonne larghissime. Mi piace, è un vedere che mi fa tenerezza, vorrei scendere e abbracciarle e ripenso subito al fastidio provato di fronte al vinaio. Perché sono così contraddittorio? Perché non riesco ad accettare tutte e due le facce della stessa moneta? Perché voglio solo quello che mi piace? Perché sono bravo a fare le domande e non a dare le risposte? Perché? Ancora non lo so, ma voglio provare a cercare, scavare sempre più a fondo, fino a farmi male. Il resto della giornata mi sembra uno scorrere vuoto del tempo, non penso nulla, se non che devo studiare. Partendo ho detto a quel sant’uomo di mio padre che sarei venuto qui a studiare. Non voglio deluderlo, o forse non posso, non posso prendere per il culo tutti ancora una volta, lui, lei, loro, me. Troppa gente dentro la mia università. Domani inizio, domani, domani mattina mi sveglio presto, domani. Intanto stasera mi faccio quattro risate, in tv c’è il “venditore di sogni” al mercato virtuale, azzeccato, non c’è che dire. Mi sveglio la mattina finalmente contento. Il sole sembra baciarmi quando, alzando gli occhi al cielo, lo vedo, solo e magnifico, illuminare il giorno. Ancora non brucia, è una carezza dolce, il calore tenue del corpo materno, mi scioglie il cuore e resto, immobile, in attesa. Il rumore del mare mi desta dal torpore, mi sento carico come non mai, o almeno come non mi sentivo da tempo, dall’Himalaya, dal Kashmir, dall’India. Un tè è quel che ci vuole, buttarsi alle spalle le vecchie abitudini, cambiare. I riferimenti aiutano a mantenere una direzione, o una posizione? ad andare, o a restare? Probabilmente a nessuna delle due, o a entrambe. Credo dipenda dal resto, inteso come il resto di te. A volte mi capita di sentirmi come un’alchimista alla ricerca della formula più segreta, un’equilibrista che corre su un filo di lana, senza troppo successo. Dosare le forze, le spinte, la naturale paura, sbagliare, aggrapparsi a quel filo, morire. Basta un alito di vento per salvarci, qualcuno che ci prenda al volo mentre precipitiamo, un padre, una madre.. Vi voglio bene, ci siete sempre stati. E’ già tardi, prendo i libri e vado filato sul tetto di casa. Non mi è mai piaciuto studiare all’aperto, troppe distrazioni, troppi rumori, l’assenza di un tavolo, per scrivere, per appoggiare il necessario, eppure, qui, la cosa mi appare diversa. Il paesaggio è fermo, l’unico movimento è quello del mare, appena gonfiato dal soffio di una brezza leggera e intorno, il silenzio. Le pagine scorrono veloci e non sento l’angoscia di apprendere, come se anche il mio studiare facesse parte del naturale essere di quel piccolo angolo di mondo, trasformando d’incanto quel dovere, in piacere, non più per gli altri, tutti, ma per me soltanto, il piacere di sapere, di conoscere, di capire. Così, finché improvviso, assordante e diabolico, il telefono. Lascio fare, ma quello insiste, come un neonato che strepita affamato e mi si stringe il cuore. Rispondo, è la zia, mi invita a pranzo, spaghetti o coniglio? Rifiutare è una di quelle cosa che da sempre mi riescono difficili, ho sempre la sensazione di essere scortese, indisponente o, peggio ancora, egoista e finisco quindi spesso per accettare cose di cui il momento dopo sono già pentito. Per ovviare, ho messo a punto tutte una serie di scuse, personalizzate e differenziate perché, si sa, ognuno ragiona in base alla propria sensibilità ed intelligenza. Nonostante tutto, l’invito della zia mi ha colto vagamente impreparato e, resomi conto della mala parata, mi sono mestamente rassegnato a pagare il giusto tributo; sarei stato avvertito più tardi su quando salire. Saluto e mi impongo di non farmi influenzare, è solo un pranzo, devo smetterla di attaccarmi ad ogni minima cosa, la scusa consueta per cessare di fare ed iniziare a pensare. Riprendo il percorso del bravo scolaro, un altro capitolo andato mentre squilla di nuovo quel sordido arnese. Stavolta a chiamarmi all’appello è la padrona di casa, solita girandola di domande sulle mie eventuali difficoltà e l’annuncio che ci saremmo visti in settimana per il carico d’acqua. Ringrazio e cerco il momento buono per inserire i saluti, ma lei imperterrita non accenna pause ed anzi, rammaricata, mi dice di aver pensato, la sera scorsa, di portarmi, in compagnia della figlia appena guarita, un bel pezzo di torta. “Non l’ho fatto solo perché erano le dieci e mezza passate, ti avremmo dato fastidio?” Assolutamente no, rispondo, aggiungendo prontamente che non c’era motivo perché si disturbasse, che anche zia Zita mi coccolava e che anzi, proprio a momenti, sarei salito in paese per un pranzo in “famiglia”. Già lo sapeva, è proprio vero, il paese è piccolo e la gente mormora. Rinfrancato dallo scampato pericolo della “operazione torta”, comincio a darmi una ripulita in vista del pranzo. A salire impiego cinque minuti in più del previsto, la strada che faccio di solito, l’unica, è chiusa al traffico per l’uscita dei bambini dalla scuola e ci metto un po’ a ritrovare la giusta direzione. Sono già con la macchina davanti al negozio, quando arriva la telefonata dello zio per assicurarsi che mi ricordassi dov’era la casa, intanto il vigile mi scruta, malvagiamente, o almeno è quello che penso. Giro l’angolo e parcheggio, quando torno vedo la zia che, piantata in mezzo alla strada, scruta l’orizzonte alla ricerca della mia comparsa. Saliamo le scale, la casa è arredata con un gusto che non t’aspetti in mezzo a questo niente e costruita su tre piani, dal primo è ricavata la famigerata “alcova”, la parruccheria, al secondo sono dislocate stanze e soggiorno mentre sul tetto è stata ricavata la cucina con annessa veranda. Il primo impatto già mi stupisce, vedo lui ai fornelli e mi sembra strano. Mi sento come spostato, ma come, il paese, il nulla attorno, il sud, l’ignoranza di chi parla solo il dialetto, di chi non ha studiato, di quelle facce lise dal tempo, dal sole, dal mare. Brutta cosa i pregiudizi, i luoghi comuni, il sentirsi diversi e pensare che il nostro diverso sia meglio e non soltanto altro, di altri identici a noi. E’ un pranzo che comincia bene, mi sento stupido, ma bene. La pasta è già in tavola, bucatini al sugo, forse per farmi sentire a casa, apprezzo il gesto anche se i risultati non sono eccelsi, anche a causa del mio ritardo. A seguire, polpettine fritte di carne e carciofi, insalata e coniglio ripieno, ma non si era detto: ”spaghetti O coniglio?” La conversazione è piacevole, tiene banco l’argomento del giorno, la politica. Lo zio si improvvisa opinionista e traccia il bilancio dell’attuale governo, non voglio contrariarlo eccessivamente e provo a tenere a freno il mio spirito polemico. E’ un vizio che mi accompagna probabilmente dalla nascita e che forse porterò con me nella tomba. Capita infatti che provi un senso di violento piacere nel mettere in dubbio le certezze degli altri, non tanto per affermare il mio punto di vista, quanto per il gusto sadico e impagabile di veder crollare sotto i miei occhi il frutto delle altrui sofferte elucubrazioni, un istinto irrefrenabile di distruggere ogni più fiera convinzione, una mania. Riesco a stento a resistere, l’argomento mi attira e provo a dire la mia, senza troppa convinzione, cercando di capire quale sia la corrente migliore da seguire e lascio che sia lui a menare le danze. Mentre il discorso prosegue, lo guardo, ne scruto i tratti. Mi colpisce lo sguardo degli occhi chiari, generalmente li trovo inquietanti, acquosi, ambigui, mentre questi mi sembrano solo puliti, lo specchio di un uomo, non saprei dire se buono o no, ma di certo è un uomo sereno, che vive bene con se stesso. Il taglio è stretto e, accompagnato dal colore olivastro della pelle, gli conferisce un qualcosa di esotico, come venisse da molto più lontano, dal Messico, forse, o da qualche zona imprecisata del Sud America. Mi viene da ridere quando parlando mi dice di essere di Lecce, sarà, ma a me sembra sempre più un messicano ogni minuto che passa. Mentre ci alziamo da tavola la zia insiste perché mi faccia vedere qualcosa, non capisco di cosa si tratta, ma il mistero si dissolve appena messo piede in veranda. L’uomo dalle mille sorprese ha in serbo ancora le carte migliori e alcune di queste volano cinguettando da tutte le parti. Dentro varie voliere e gabbiette vedo batter le ali a canarini, pettirossi e cocorite varie. La sensazione non è subito delle migliori, tutti quegli uccelli in gabbia mi trasmettono una vaga e pungente claustrofobia, come se mi fossi immediatamente trasferito a beccare mangime là dentro. Mi solleva l’affetto con cui il messican-pugliese dimostra trattare questi esserini all’apparenza così fragili, mi mostra le uova, le mamme durante la cova e i colori tornano ad essere tali, non più filtrati dai buchi stretti di quelle prigioni, non più chiusi, (s)morti, ma via via più vivi. Mi rivela di essere andato in pensione a soli trentanove anni e, da allora di non aver più lavorato: “Non che non c’abbia pensato, il lavoro nero viene pagato meglio di quello in regola, ma non voglio togliere il posto a qualcuno che ne abbia bisogno. Se lavoro io non lavora un altro“. Non posso credere alle mie orecchie, come devo considerare queste parole? Sono un bel motivetto messo là a giustificare una vita spesa a non fare niente, a dar da mangiare agli uccelli e a quelle quattro piantine che decorano il tetto, o sono una delle rivendicazioni politiche più commoventi che si possa avere il privilegio di ascoltare, uno stare al mondo consapevoli che non si è soli, che si vive meglio se tutti stanno meglio e non se sto meglio io e poi degli altri provveda Dio? Difficile dirlo, stabilirlo con certezza forse non potrà farlo neanche lui, ma il dubbio che sia sincero, che non sia soltanto un’accattivante via d’uscita, basta a regalarmi un’immagine dolce, da conservare così come mi si presenta ora, domani è un altro giorno e il tempo, non muta i ricordi, o sì? Ci salutiamo mentre parliamo di calcio, è interista, il cerchio si chiude e diventa una pallone, come ci fa notare spazientita la zia: “Gli uomini, tutti uguali, sempre a parlare di politica e palla”, non ha tutti i torti, è andata proprio così e, d’altronde, interviene lo zio “Di cosa vorresti parlare, del tempo?”. Lucido, spietato, diretto, avrei voluto stringergli commossamente la mano se non avessi avvertito, forte, uno strano senso di solidarietà nei confronti di quella donna amorevole e materna. Non avrà avuto figli, ma sarebbe stata, sono pronto a scommetterci, un’ottima madre e così, prima di lasciarmi andare, mi costringe a portarmi via una vassoio di carciofi e polpettine avanzate “Ho visto che ti sono piaciute tanto”, sarà, ma a me i carciofi non hanno mai fatto impazzire, anzi. Mi incammino verso la macchina dondolando sotto il peso del pranzo appena finito, potrei tornare a casa, ma ho la sensazione che con tutta probabilità finirei il pomeriggio bivaccando sul letto. Decido di esplorare la zona, guidare a picco sul mare è un’altra di quelle cose che pagherei per fare abitualmente. Mi viene in mente Nikos, il padrone della mia casa a Santorini. Da solo si era costruito una specie di residence, al quale lavorava tutto il giorno supportato dall’aiuto indispensabile di moglie e figlio. Seduti al bordo della piscina, anche quella di sua progettazione, Nikos mi parlava della sua isola quando i turisti se ne vanno, insieme alla confusione, insieme al vociare assordante, alla musica sparata nelle orecchie, alla nave piena tutti giorni e così via. Indubbiamente capivo il suo punto di vista, ma tutto quel movimento, quel chiasso, quella moltitudune di lingue, di facce e culture, era anche il suo lavoro, il suo sostentamento, la sua fonte di reddito. Di fronte a siffatte obbiezioni, si limitò a guardarmi e sorridendo disse conciso e sicuro di sé: “Sei mesi lavoro, sei mesi relax” e fece per incrociare le braccia dietro la nuca, come a volersi sdraiare. Ah, grande cosa la saggezza popolare, tanto onesta e brutale che a volte, ingannandoci, ci sembra perfino rozza, banale. Chissà la faccia schifata di un qualsiasi imprenditore rampante di fronte ad un atteggiamento di questo tipo, per come li conosco io, molti avrebbero rischiato un infarto fulminante. A proposito invece del tema culture diverse, Nikos si limitò a ripetermi in più occasioni una frase che poi ho scoperto essere patrimonio di non pochi popoli: “One face, one race”, ossia, una faccia una razza, più chiaro di così. Intanto, improvviso, un botto, un sinistro fragore. Porca puttana che buca, è stato come il bombone da stadio, quando pensi sia tutto finito e l’attenzione è rivolta solo alla squadra, arriva, infingardo, violento, pauroso, quel suono. E dire che non mi sono mai piaciuti neanche i botti di capodanno. Divertirsi a soffrire è qualcosa che non riesce a entrarmi nel cervello. La prima volta che me ne accorsi fu alla discesa delle montagne russe, non è tanto la paura a frenarmi, quanto l’inutilità del tutto. Non basta già la sofferenza e la paura di tutta la vita? Mi si dice serva ad esorcizzarle, queste paure, anche se mi chiedo cosa ci sia da esorcizzare. Sul serio devo sentirmi posseduto da qualche demone per poter dire e urlare in faccia al mondo l’angoscia d’ogni giorno? Fosse per me le vieterei, le montagne russe, almeno a partire dalla maggiore età, passino gli adolescenti imbizzarriti e irrefrenabili, carichi di ormoni, speranze e certezze, ma quelle scene tristi e sconsolate come le vecchie tirate e imbellettate da chirurghi avidi e compiacenti, fosse per me, le vieterei, anche se poi mi troverei con qualche cosa in meno di cui sparlare, qualcosa in meno da giudicare, dall’alto del mio pulpito di cocci.. Gli stessi cocci che avevo rischiato di trovarmi sotto il culo dopo la suddetta scorrazzata attraverso una delle tante voragini che qui compongono le strade. Lo spavento sembra valere la pena di essere accaduto. Un muro di querce e betulle mi aspetta a poca distanza. Chilometri e chilometri di ulivi e poi, improvvisa, dal nulla e nel nulla, una foresta di antiche memorie. Mi lascio guidare dentro ed entro, lento, in questa possente muraglia naturale. Dura talmente poco che il dubbio mi assale, eiaculazione precoce? Capita, anche ai migliori. Dal canto proprio, la “foresta” sembra irridermi alla spalle, era una bella scenografia, ma, come a teatro, durata appena il tempo strettamente necessario a rendere l’idea e dietro, ancora il muro scrostato del teatro. Proseguo verso il primo paese e mi fermo sulla piazza di fronte al mare. Il vento si muove a folate e il freddo comincia a farsi sentire, a tratti, perché quando il soffiare diventa più incerto, il sole ancora riscalda. Mi siedo a guardare, mentre i vecchi nascosti dai berretti e dai baveri alzati mi fissano curiosi, mi sento come la sirenetta di Copenhagen, ma non ho il fisiqe du roll, meglio avviarsi verso casa. La cena ridotta al minimo essenziale, cracker e verdura, ma il condimento è ottimo, un rosso autoctono, robusto, piacevole e fruttato.. Tutte le mie conoscenze dialettiche sull’argomento vino, il gusto di millantare crediti. La mezzanotte è passata da qualche minuto, mentre il telefono non riceve segnale già da qualche ora. Sono qui, da solo, buonanotte e.. buon compleanno. Tic tac, tic tac, è ora di alzarsi, anche se a svegliarmi, anche stamattina, non è la natura, ma il martellare costante a due passi da me. Che vicino solerte e laborioso, il mattino ha l’oro in bocca. Fa nulla, sotto la doccia il mondo ritorna accogliente, esco e socializzo con il geco sdraiato sopra il parabrezza, ci capiamo, anch’io ho un debole per il dolce far niente. Le quattro ruote sgommano sui sassi del vialetto, tutto sta diventando automatico, mentre esco in retromarcia dal budello che porta fino a casa provo, al tempo stesso, a spedire un sms, controllare il sacco della spazzatura appeso allo specchietto e far partire il cd. Non c’è che dire, mi abituo in fretta. Un punto importante, le abitudini e il saperci fare l’abitudine, non proprio lo stesso significato. Inciso, vi siete mai chiesti o resi conto di quanto sia divertente l’uso articolato della lingua, le sfumature dietro le parole, il loro richiamarsi al suono, all’immagine, al colore del mondo circostante, fino a spingersi verso la materializzazione del pensiero? Personalmente mi capita spesso, nonostante la consapevolezza dei miei limiti amo giocarci, come si affronta l’avversario che sai più forte, come nel rugby, perdere mantenendo l’onore, perdo, ma testardo continuo a provare. Ognuno ha i suoi obbiettivi, la mia vittoria è, finché continuerò a giocare. Basta divagare però, dicevamo, le abitudini. Capita mai che, nei primi giorni di vacanza vi svegliate non riconoscendo il letto, la stanza, la casa o, cercando istintivamente, al buio, qualcosa che sapevate e ricordavate in quel posto e che invece non c’è? Domanda stupida, l’abitudine, succede a tutti, o no? Non per fare per forza quello speciale, ma a me non succede e non riesco a spiegarmi il perché. E’ chiaro che il fulcro della questione risiede nella consapevolezza. Non ho smarrimenti, tentennamenti di sorta, so dove mi trovo e dove si accende la luce spenta la sera prima, da che parte girarmi per scendere e cosa fare per avere un caffé. Come se non fossi mai andato a dormire, come se la spina non fosse mai stata staccata, come se la notte fosse un istante e il buio, un batter di ciglia. L’assenza di sogni. Potrebbe c’entrare qualcosa, ma cosa? Gli unici sogni che faccio, ad occhi aperti, per riuscire a prendere sonno. Tipo, vinco settanta milioni, poteri speciali, donne impossibili, piccolo budda, calciatore, genio, imperatore illuminato, giornalista, scrittore, poeta, uomo felice e così via e, d’altronde, il fine giustifica i mezzi, ma con le abitudini questo che c’entra? Il punto è che, di abitudini, ne ho un’infinità, sono rigidissimo nel rispettarle, sfioro il rituale, eppure le cambio con grande facilità. In che modo mi riesce difficile esprimerlo, ma credo dipenda da quel fondo di razionalità che governa tutto il caos della mia vita. Se una cosa non la posso fare non la rimpiango, ne trovo un’altra con cui sostituirla, la rimpiazzo. E’ chiaro che l’operazione non è una cosa automatica, scontata, neanche la matematica può assicurarti che il risultato sia dato al di fuori di certi parametri, gli equilibri sono per natura instabili, dipendenti da infiniti fattori, ma ognuno, d’istinto, o per ragione, insegue i propri o, da questi, viene inseguito. Io fuggo via. Non oggi che parto, oggi rischio, ma ieri, mentre la vita è uguale a sempre e la paura di cambiarla è tale che ti ci abitui, ieri fuggivo, incollato alla mia strada, alla mia sedia, alla domenica allo stadio e il lunedì calcetto, alla mamma che mi lava le mutande, alla donna, alle serate con gli amici, a ciò che amo e ciò che odio, immobile, fuggivo. Vorrei viaggiare, per sempre, senza fermarmi. Se non hai niente non puoi perdere niente, tutto è dentro di te, tutto è l’altro da te, il messaggio cristiano, il coraggio, la politica, l’amore per il prossimo, il socialismo, il comunismo, il proletario, il contadino e il borghese, il prete, l’anarchico, il fascista, il consumismo, il grattacielo, le vecchie vestite di nero, i santoni con le tuniche arancio, l’amazzonia, la savana e i piedi, il solo bagaglio. Toccare tutto con mano, viaggiare, sì, fino a morire viaggiare, fino a morire viaggiare, fino a morire viaggiare, l’unico pensiero chiaro nel vortice di parole che mi avvolge. Ho deciso, oggi non faccio niente, scrivo, non studio, non leggo, non vegeto di fronte alla tv, non chiamo nessuno e a nessuno rispondo, non mangio, non lavo, non fumo, non amo, scrivo e, semplicemente, sopravvivo. Tutti sono utili nessuno è indispensabile, difficile da accettare, ma vero. Mi chiedo di cosa parleranno ora che non ci sono. Non che pendessero dalle mie labbra, ma la logorrea che mi attanaglia rendeva praticamente impossibile il crearsi di quegli odiosi silenzi. Parlo in continuazione, non conosco le pause, se non quelle dettate dalle immanenze fisiologiche. Chissà le stronzate accumulate in anni di sproloqui, di dissertazioni para-filosofiche, di certezze e opinioni dettate dal buon senso, il mio. Chissà come fanno a resistere, perseverare nel darmi parola, ascoltare. Forse è perché non ci vediamo tutti giorni, forse perché in fondo faccio ridere, o tenerezza, o perché nessuno dovrà vivere il futuro insieme a me. Perché il futuro è un problema importante e se decidi di condividerlo con qualcuno la cosa si complica ulteriormente. Lei non ce l’ha fatta, lei che era la mia vita, lei che è stata l’unica cosa per cui abbia lottato, lei che, lo so, mi amava più di quanto potessi sperare, lei che sognava un figlio, lei che voleva una famiglia, lei che piangeva dolce, lei, come il sole, la luna, le stelle, il mare, il fuoco, l’aria, lei che, nonostante tutto, ancora, mi ascoltava, lei, non ce l‘ha fatta. Dopo milioni di parole e ancora, dopo il suono sgraziato della mia voce che non si fermava, ora, ora che non ci sei più, lo scrivo. Tutti i miei dubbi, le angosce o le paure per cui di te, mi privi, ora, le scrivo. Come il messaggio arrotolato dentro la bottiglia e gettato in pasto al mare, tenuto a galla dall’ultima speranza e con le onde, lasciato derivare. Maledetta malinconia. La tristezza che mi assale, quella fisica, quella che senti dentro come un pugno e che fa male. Ridotto così, mentre rilasso il culo sulla tazza e ascolto fuori il mare che si muove, un rumore, una voce. “Andrea, andrea, ci sei?” Merda, penso e mi accorgo dell’ironia del tutto. E’ la padrona di casa, mi alzo, fulmineo e disperato la prego di aspettare, di non entrare, sono in bagno, le porte aperte, l’imbarazzo, che tempismo. Mi infilo i pantaloni e corro fuori, grazie al cielo l’ho sfangata. Saluti di rito e, sorpresa, non è venuta da sola. La ragazza mi guarda da dietro un paio i occhiali da sole, la carnagione chiara, i capelli lunghi e corvini. E mi sorride. Mi presento, bella stretta di mano per una donna, dolce e decisa a un tempo, è la figlia operata qualche giorno prima, la trovo in perfetta forma, nonostante il cappotto che la copre tutta lasci solo intuire. Mentre la studio, il ronzio non cessato della voce materna mi richiama all’ordine, distolgo l’attenzione e improvviso un brivido freddo lungo la schiena. Non è che nella fretta, nell’agitazione di quei primi momenti e il terrore di un faccia a faccia improvviso, non è che.. Lo sguardo cala, giù, l’incubo che diventa realtà, mi guardo e vedo la patta spalancata, la zip completamente scesa, non posso crederci, è la chiusura del cerchio, la scontata figura di merda, mi giro e mi aggiusto. Facciamo tutti finti di niente, mi avranno visto? Mi chiedo questo e mi sento più stupido di prima, sarebbe meglio dire, come avrebbero potuto non accorgersene, tenuto anche e soprattutto conto della mia ben nota incapacità a dissimulare le emozioni? Quel che è fatto è fatto e, sta di fatto, che è andata così. Passiamo oltre, assaggiamo la parmigiana di melanzane in bianco fatta a mano dalla premurosa padrona e causa di questa inaspettata, gradevolissima, sorpresa, speriamo almeno sia buona, in fondo, è successo tutto per colpa sua. Non ho molto appetito, il pranzo dura cinque minuti e poi, ricomincia la giornata, manca ancora parecchio a domani e stasera vorrei andare a festeggiare. Come sarà, senza amici, senza parenti, senza la donna, senza la nonna, senza nessuna voce, nessun regalo brutto, o bello, senza la torta, senza niente? Forse da solo non basto, non mi basto. Scrivo tutto il pomeriggio e aspetto la sera e prima che arrivi, arriva di nuovo la padrona. Che vuole ancora? Parole vaghe sull’arrivo dell’acqua e su quello mancato dell’operaio per riparare la verandina che copre la mia quattroruote, poi, amorevolmente preoccupata dalla mia solitudine, mi invita a uscire con la figlia, con le amiche anche. Troppo forte, questa proprio non me l’aspettavo, penso, mentre mi segno il cellulare di Santina. Grazie, ma, insisto, non si deve preoccupare, la chiamerò senz’altro, magari non oggi, domani o in settimana. “Durante la settimana no”, ribatte sorpresa, “Sai, studia, deve recuperare il tempo perso per quel guaio al ginocchio, il dolore era talmente forte che non le permetteva di prepararsi, è un esame difficile, latino, ma è uno degli ultimi, ha quasi finito, le manca poco alla laurea” e, mentre lo dice, scorgo quell’espressione amara, vista tante volte sul volto di mia madre mentre tesseva, imperterrita, con chiunque, le mie lodi. Ci salutiamo e sorrido di cuore, divertito all’idea di dirle, non si preoccupi, la mandi qua da me, le do volentieri qualche ripetizione, sono sempre stato portato per il latino e poi, insegnare mi attrae, lo faccio con piacere. Eccessivo, ma potrei provare la stesso, potrebbe funzionare, no? Comunque l’idea mi diverte, soltanto l’idea però, perché per il resto c’ho già i cazzi miei e nessuna voglia di aggiungerne altri. Piacevole o meno, quando non ci stai con la testa, tutto diventa un problema, meglio evitare allora, fuggire, ma per quanto tempo ancora e quanto, è il tempo da cui sto fuggendo? Non lo so, intanto è l’ora di cena e di uscire neanche la minima voglia. Apro l’ennesima scatoletta di tonno, la parmigiana se la mangi lei, è una bomba biologica, due o tre bicchieri di vino e ancora qualche parola scritta e molte in più lasciate. La mezzanotte è passata, questa giornata strana che si chiude e appuntamento all’anno prossimo, cosa farò da adesso fino ad allora e allora, come sarà? Sarò diverso o, rileggendomi, vedrò la stessa immagine che vedo riflessa nello stesso specchio, da troppi anni? Non ho espresso il desiderio, vorrei viaggiare, o, semplicemente, avere il coraggio di cambiare, lo penso e chiudo gli occhi, anche sognare, sì, per una notte, un sogno. Mi alzo presto, apro la porta e la luce mi investe. Il sole illumina d’azzurro il cielo e un vento indemoniato piega i fusti degli alberi piantati in faccia al mare. Lo sento e lo vedo sbuffare, le onde alte fanno a gara e la spuma si getta oltre la scogliera, fino a raggiungermi, o quasi. Niente colazione, niente giornale, niente abitudini. Inforco scarpe e pantaloncini, canotta di lana, detta anche della nonna e sono in strada. Voglio andare a correre, voglio provare, amo lo sport, ma quello di squadra, l’idea di essere da solo mi annoia. Lo sport è anche sacrificio, quello del gruppo, per il gruppo, mi esalta, quello fine a se stesso, a me stesso, mi avvilisce, lo trovo inutile. Oggi si cambia, qualche boccata a pieni polmoni, a braccia aperte sull’ultimo scoglio e poi comincio. Il vento mi spinge indietro, ho freddo, i primi passi mi espongono nudo di fronte alle mie debolezze, mi vedo ridicolo, basta fare due passi la mattina appena svegli per sentirsi diversi, per dirsi cambiati, sempre alla ricerca di soluzioni facili, comode uscite d’emergenza, come l’offerta in chiesa la mattina o quegli spicci fastidiosi lasciati nella mano di un barbone, chi è il mendicante, lui, o io che salvo l’anima per dieci centesimi? Dicevamo delle soluzioni facili, tutto vero, quanto appena scritto lo penso sul serio, ma questo che c’entra con la mia corsetta mattutina e poi, se fosse davvero così facile perché non l’ho mai fatto prima nonostante siano anni che mi dico di provare? A volte prima di pensare, di mettere tutto in discussione, bisogna tentare, bisogna agire e stamattina, ho deciso di fare così, continuare, insistere, poi, semmai, valuterò. Inizio a sciogliermi, il sudore mi scende lungo il viso, accelero, la fatica si fa sentire, il fiato che diventa corto, i piedi pesanti e il corpo, ora, leggero. Non voglio fermarmi, lo sforzo impegna il cuore che aumenta i ritmi, distinguo il battito, uno dopo l’altro, via via più veloci, tutto concentrato su me stesso guardo alla mia destra il mare che sembra volermi colpire, fino a travolgermi e allora, d’un tratto, finalmente mi scopro, libero, stanco, felice. Devo rallentare, ancora una ventata di sole e torno. Arrivo a casa e sono stremato, mi butto sotto la doccia calda, bollente e resto lì qualche minuto, immobile, senza un pensiero, il silenzio mi sembra irreale, mi lascio andare e capisco che quell’assenza di suono non è il mondo, sono io, è dentro di me, quel silenzio mi porta via, lontano, di nuovo leggero. Il moto continuo e sgangherato del mio cervello si interrompe, ormai avevo perso ogni speranza, la logorrea mi stringeva d’assedio in ogni momento, anche da solo, parlavo, da solo. Quello che segue della mattinata è come avvolto in una sottile foschia, faccio tutto come in trance. Al bar sorrido ebete alla barista, all’edicola dimentico di prendere il resto, mi siedo insieme ai vecchi con le facce al sole, il mare sotto e gli occhi chiusi, mezz’ora che allunga la vita. Salgo in macchina e riparto, Vasco mi bisbiglia dolce dallo stereo, gli occhiali come un velo sul mondo a ripararmi dai riverberi accecanti, sono in pace con me stesso. Sono sereno, studio i processi storici del primo novecento e li trovo addirittura entusiasmanti, pensare che la storia l’ho sempre odiata, le date, le guerre, il sapere nozionistico. Oggi no, oggi mi sembra diverso, immagino le strategie politiche, i perché, l’essere amici, alleati e domani, nemici. Popoli nelle mani di poche genti e questi, a loro volta, nelle infinite mani dei loro popoli. Gli opposti in campo e qualcosa a decidere i rapporti di forza, ma chi, che cosa? Forse se avessi capito prima che la storia è una parte a queste risposte, forse, l’avrei anche potuta amare. “Non sono gli uomini a tradire ma i loro guai”, né buoni né cattivi, è un po’ una visione del mondo, andare oltre, guardare dietro noi stessi, la nostra storia come una mappa, un ritratto da dentro. Guai, guerre, problemi o rivoluzioni, che siano nella vita di un solo uomo o di un popolo intero, rappresentano comunque cambi di direzione improvvisi, netti, importanti e, forse, il loro studio e l’analisi di certe dinamiche, è una delle strade per capire, per sapere chi siamo e per ricordarci che, ciò che conta, in fondo, non è l’obbiettivo raggiunto, ma, al contrario, il percorso fatto. Certo è più facile a dirsi che a farsi, riuscire a distinguere tra motivi reali e giustificazioni è un’operazione complicata, con ampi margini di errore, eppure sento valga la pena tentare, trovo il compito estremamente affascinante, mi spinge a saperne di più. La storia sembra costruirsi intorno agli interessi personali, dei singoli o di molti. A volte, i nostri diversi fini seguono strade parallele, convergono, in altre, si scontrano, divergono e in questa lotta, tutti sono interessati, come il pubblico alla corsa di cavalli, chi perde paga e, dunque, conviene scegliere bene il colore, o il cavallo. Bisogna saper rischiare, quando anche arretrare è un rischio, quando muoversi o restare diventa importante, quando sai che domani le cose non potranno comunque essere come sono oggi, quella è la storia, o almeno la parte che ci ricorderemo. Oltre tutto questo, noi, o, semplicemente, quello che resta di noi. Di nuovo quel vortice, tesi, ipotesi e antitesi, tutto troppo veloce, sfocato, confuso, spero almeno serva a qualcosa, come dice mia nonna, “tutto fa brodo“. A proposito di brodo, soutè e affini, la fame avanza, è arrivata le sera senza che mi rendessi conto di niente, ho voglia di uno spaghetto alle vongole e un dolce al cioccolato che mi ricordi il compleanno affogato amaro la sera prima, mi metto alla ricerca di una trattoria. La scovo sul cucuzzolo del paese vicino, arroccata di fronte allo strapiombo, conduzione decisamente familiare, ricavata, come moltissimi altri negozi, dalla stessa abitazione. Il padrone, è il cuoco, è il cameriere, è il cassiere, è l’esperto di vini, è quello che tira la pasta a mano e tutto il resto, chissà che confusione in testa anche lui. Rimane spiazzato quando dico di essere solo, non sarò mica un male intenzionato? E quella borsa che porto a tracolla, non sarà mica una bomba? Arabo non sembro, ma in finale che ne sa lui di come è fatto un musulmano, magari sono uno di quelli “invertiti”. Comunque sia, lo vedo rilassarsi solo dopo essersi assicurato che il contenuto sospetto non è altro che uno spregevole pc, che oltretutto sembro chiaramente preferire ai suoi incredibili antipasti, una fetta di bel paese accompagnata da qualche melanzana sott’olio di provenienza industriale. La fettuccina non è male, peccato per le vongole, il sei non è il mio numero preferito. Vorrei passare al dolce, ma la scelta fra la torta alla crema e la torta alla crema mi mette in crisi, meglio passare diretti all’amaro. Rimango invece letteralmente interdetto dall’avvento, al tavolo accanto, di una coppia “indigena”. Lui mi guarda schifato mentre scrivo queste quattro righe, ho la sensazione non apprezzi, ma cosa? Poi si rivolge al cameriere-padrone e con oscuro sarcasmo, girando fra le mani una bottiglia di vino: “A noi TERRONI ci piace” e risolini divertiti scambiati con la donna, mentre mi guardano di sguincio. Che fare, reagire, insultarlo, infilargli uno scampo nel naso e fare un uso improprio del pc, inequivocabile e provocatorio simbolo della mia nordica discendenza? Mi limito a ridere anch’io, quasi di gusto, lo guardo e lo vedo perplesso, non capisce, il faccione che ruota alla ricerca di un motivo, è contrariato, mentre intanto lei si innervosisce e lo richiama ai doveri di conversazione. Smetto anch’io, beato beota, riflesso pallido del “bifolco” affrontato, non mi sento più così intelligente nell’essere uscito da questa situazione con una provocazione infantile. Per combattere ognuno usa le proprie armi e spesso si compie l’errore di sopravvalutarle, nostre, dunque, migliori, ma forse il problema non sta nell’arma che si usa, viceversa, nell’uso stesso dell’arma. E se il punto fosse questo, si può arrivare ad avere il diritto di armarsi e, ancora, si può arrivare a vedere la guerra come un diritto ad uccidere? La risposta deve essere pronta, senza eccezioni, perché in quel dipende che ognuno vorrebbe dire, c’è tutta l’arroganza, l’immoralità e l’ingiustizia che ogni conflitto violento porta con sé. Se oggi parlo di “guerra di democrazia”, tutti sanno o immaginano a cosa stia alludendo, quale guerra, quali popoli straziati, in quale zona del pianeta, per quali motivi e, soprattutto, chi siano gli attori di questa tragedia. Ebbene potreste restare sorpresi. Il nome Woodrow Wilson vi dice qualcosa? Probabilmente no, come d’altronde temo non dirà nulla al 99,9% della popolazione mondiale compreso, almeno fino a qualche ora fa, il sottoscritto me medesimo. Ho inoltre il fondato terrore che altrettanto poco questo nome potrà suscitare in quegli animi vestiti a stelle e strisce ed orgogliosamente intrisi del più sfrenato patriottismo di stampo occidentale. Dico questo, non per assecondare il mio cieco e bieco antiamericanismo, ma solo perché il suddetto tal dei tali in questione, lo sconosciuto che tutti dovremmo conoscere e che nessuno ha mai sentito nominare, altri non è che il Presidente degli Stati Uniti d’America (nonostante un malcelato conflitto di interessi per la discussa gestione della “ usa e getta s.r.l. ”), ago della bilancia, artefice primo della vittoria in quello che, senza timori di smentita, possiamo considerare essere stato un vero e proprio conflitto mondiale. Una sconfitta per tutti gli assolutismi e le ideologie rivoluzionarie, in nome della “pace e l’accordo fra i popoli liberi”. Siete confusi? Qualcosa non torna? O il suono di queste parole giunge invece familiare? Pensate sappia leggere il futuro, o che sia semplicemente un pazzo, un mitomane in cerca di pubblico? Che invece abbia soltanto confuso un nome e azzardato una facile previsione? In fondo non dovrebbe apparire strano, al di là dei propri orientamenti personali, pensare che domani questa guerra per la democrazia sarà finalmente vinta e che il merito sarà soprattutto dei nostri “cugini” d’oltreoceano. Insomma, una proiezione plausibile, non necessariamente giusta, ma, in fondo, plausibile. Del futuro non c’è certezza, direbbe mia nonna, ma se al contrario, se vi dicessi che tutto quello che ho scritto è già successo, senza che voi ve ne siate resi conto, senza saperlo, senza che nessuno si sia preso la briga di dirvi una parola, tutto è passato, la guerra già vinta, la democrazia già esportata, i fanatismi sopiti. E se dicessi che la guerra è “democratica” per necessità, per l’esigenza di ideologizzare uno scontro, per uno stimolo alle truppe, per un coinvolgimento delle masse, perché a quelli che pagano, se non puoi dargli nulla in cambio, devi almeno dargli un perché, se dicessi tutto questo, sarei più credibile? Non lo so, in fondo ognuno crede a ciò che vuole, ma, se per caso siete curiosi, se qualche assonanza vi richiama alla mente ricordi ancestrali, se mi credete, o se non mi credete e volete saperne di più, non dovrete cercare in qualche testo esoterico, mistico, antico, segreto o via dicendo. Un qualsiasi libro di storia del novecento è sufficiente ad illustrare l’evolversi della Prima guerra mondiale, la dichiarazione del Presidente americano Wilson, gli intenti della Società delle nazioni, l’estendersi delle ideologie socialiste, gli assolutismi e poi, la vittoria delle “democrazie”. Cento lunghissimi anni, o quasi, per poi trovarci ancora, ora, come bloccati in una giostra, ostaggi di una ruota panoramica, nel luna park dell’orrore. Lotte di potere, tra stati, tra popoli, tra uomini, tra me e il “bifolco” che c‘è in me, non giudicare o sarai giudicato, Dio benedica l’America, senza dimenticare ovviamente di salvare la Regina e tutti i popoli eletti, egiziani, ebrei, cattolici, musulmani, induisti, ortodossi, protestanti, tuareg, comunisti, democristiani, fascisti, socialisti, trotzkisti, nazisti, tutti, tranne i testimoni di Geova e i leghisti, per loro una serie spurgante di reincarnazioni. Ancora le mie manie di grandezza, leggo tre pagine di storia e già mi sento in dovere e in potere di fornire spiegazioni, interpretazioni, dovrei girare con il foglietto illustrativo, come i medicinali, due gocce al giorno diluite in molta acqua, da assumere in via precauzionale a stomaco pieno, controindicazioni accenni di una incipiente deficienza mentale, consultare il medico, tenere fuori dalla portata dei bambini. Mentre mi allontano dal paese riassumo velocemente la serata, la sensazione è quella della solitudine stadio marzullo, si faccia una domanda e si dia una risposta, è possibile costruire un personaggio intorno ad una simile banalità, un non senso? La risoluzione dell’enigma rappresenta la trasformazione stessa di ciò che è stato posto, in altro. E’ la domanda stessa a farsi risposta e morire, sacrificata al fuoco di certezze a tempo salvo poi da quello stesso fuoco, rinascere moltiplicata. Così, per evitare il rischio di bruciarmi, resto lontano, sordo, non rispondo, dispensatore di frammentari dubbi, lasciando agli altri la soddisfazione di ricomporre il puzzle. Quando entro nel letto un brivido mi percorre il corpo, l’umidità riempie tutto, mura, vestiti, lenzuola, la testa pesante che piega il cuscino e fuori, il vento che urla la sua canzone, ninna nanna ancestrale. La mattina il sole filtra timido dai pertugi delle persiane, una luce talmente fioca da perdere il confronto con la fiammella di una candela. Non oggi che il cielo è una distesa di scale di grigi, in generale, così che il tempo mi appare sempre una sorpresa inaspettata, come un regalo da scartare ad ogni levata e che mi aspetta sull‘uscio i casa. Anche il freddo mi coglie impreparato, la temperatura sembra essersi ulteriormente abbassata, quel solo maglione di lana come un riparo troppo misero e sono zuppo, fradicio di sudore, la testa pesante della sera prima ora è un blocco di cemento, la febbre. Corro dentro, in cinque minuti mi trovo seduto in poltrona, bicchiere di tè fra le mani, ai piedi calzini di lana e sotto, la stufa a manetta. Passano dodici ore prima che riapra le finestre, cinque minuti per un ricarico naturale di ossigeno, dentro, un’aria malsana pregna di vari fumi, della mia febbre, della stufa perennemente accesa, delle sigarette a cui comunque non rinuncio, degli intrugli bollenti che bevo. Spero domani di stare meglio, anche se questa giornata spesa a scrivere e leggere in fondo non m’è dispiaciuta. Fuori una pioggia finissima scandisce il ritmo accompagnata dal ruggito violento del mare, il corpo è una parabola alla ricerca di segnali, la sensazione di vivere serie infinite di dejavu, come trovare le tracce di una vita precedente, oscura, intimamente mia, un viaggio indietro attraverso un tempo immobile, di nuovo, parte del tutto. Il giorno dopo è solo un ripetersi stanco, nuvole dense che affollano il cielo, ore febbrili davanti uno schermo a costruire parole, un libro d’oriente e la voglia di saperne di più. “Nessuno nasce imparato”, ancora mia nonna, una frase che mi riecheggia in testa da quando la maestra liquidava il parente di turno con un “potrebbe fare molto di più” e poi, “se solo volesse”. Per volere qualcosa però, serve un motivo. Forse non l’ho mai trovato stimolante, la sfida è nel fare quello che nessuno crede riusciresti a fare. Quando, nel momento di scegliere l’università, decisi di iscrivermi a Lettere, feci una scommessa, una scommessa contro i miei. Sono sempre stato portato per la logica, la matematica, o almeno questo è quello che mi hanno sempre ripetuto. Non so se vi capita mai, di vivere un ricordo che non vi appartiene, non vostro, ma a furia di sentirlo ripetere, inglobarlo, come se il nodo che divide le parti si sciogliesse. Il problema della costruzione della realtà, il limite della coscienza, libera, propria, ma raffinatamente edificata da altri. In “Maus”, celebre fumetto di ……… gli ebrei deportati nei campi di sterminio sono raffigurati come topi, notoriamente associati a malattie, sporcizia, orde fameliche portatrici di morte e, quindi, da estirpare, uccidere, sterminare. In una regione dell’India lo stesso animale è venerato al pari delle famigerate “vacche sacre”. Un intero tempio è lasciato alle sue scorribande e migliaia di fedeli si recano a donare e condividerne il cibo. Sorpassando il relativismo cosmico, torna imperterrito il rapporto con la vita reale. Dicevo dell‘università, delle mie inclinazioni, devo ammettere che a supporto di quanto sostenuto in ambiente famigliare c’era il riscontro fattivo delle votazioni scolastiche, ma il destino aveva altri programmi, il destino. A convincermi della scelta futura furono due episodi legati agli esami di maturità. Il primo si verificò agli scritti, sufficiente la prova di matematica, decisamente impegnativa, meglio il tema, che al contrario mi divertii a scrivere. Niente di travolgente, clamorosamente breve, ma qualche spunto doveva aver piacevolmente impressionato la commissione. Niente succede per caso. Le due materie orali, al tempo queste erano le regole, erano, per me, inglese e italiano. Sulla penosa esibizione in lingua straniera soprassiedo volentieri, la scarsissima preparazione rendeva inutile l’unica arma affinata nel tempo, una discreta dialettica volta a raggirare l’altro. Decisamente scarsa anche la conoscenza della letteratura italiana in genere, tranne alcuni autori, tra questi pochissimi che avevo deciso degni della mia attenzione, c’era quel gobbo del Leopardi e sottolineo gobbo per il piacere di sapere paonazza quella povera donna della D’Antrassi, professoressa emerita. Che toccare la gobba porti benne è infatti cosa risaputa, ma qui, ora, posso affermare che in egual misura vale, parlarne. Questo almeno è quello che feci alle prese con il mio tema d’attualità e, cosa strana, quello che feci anche durante la prova orale, dato sì che, questa citazione aveva incuriosito la vetusta presidente spingendola ad approfondire l’argomento. Insomma una gran botta di culo e, come amava ripetere Napoleone, “meglio un generale fortunato che uno bravo”. Pensavo questo, mentre imbonivo i miei “finanziatori” e con faccia seria dipanavo spiegazioni raffinate sui perché della mia scelta. Il problema della costruzione della realtà, quante volte ci siamo ritrovati a lanciare una moneta, sfogliare il classico fiore e poi un altro e un altro ancora, fino a quando il risultato non diventa quello sperato e noi, contenti, andiamo incontro alla vita forti dell’appoggio del fato, un fato piegato ai nostri voleri. Di nuovo tardi, di nuovo notte, durante il giorno solo dieci minuti di pioggia tropicale creano irridenti una piccola Venezia arroccata sul mare, ancora chiuso nel bozzolo in attesa di tempi migliori. Oggi il biondo torna dalla city, in cinque anni di vita non è riuscito a crearsi i presupposti per pensare il futuro. La società nella metropoli assomiglia sempre più ad un virus letale, per sopravvivere strade obbligate, anticorpi genetici o tanto pelo sullo stomaco. La regola d’oro è non dare fiducia a nessuno, le promesse durano il tempo della stretta di una mano, quando la lasci, perdi ogni garanzia. Intanto qui è tornato il sole, il tepore ancora umido delle prime ore accompagna il risveglio del mondo che mi circonda, tendo i muscoli ancora indolenziti dai due giorni di forzata clausura e respiro, lento, profondo, l’aria mi irradia il corpo, tutto, come la straripare di un fiume in piena. Ogni attimo come se fosse la prima volta e, forse, lo è. Mi metto in moto, niente (di) corsa, soltanto il camminare incerto dentro la trasparenza dei colori. Proiettato al centro del dipinto eppure, spettatore, mentre lo sguardo posa incantato sullo spettacolo del mare. Il blu è splendente, un azzurro luminoso e acceso dal gioco di luci e riflessi, immobile e al tempo stesso mai uguale. Mi chiedo se questo sentimento, questo trasporto di fronte allo spettacolo facile e impossibile della natura, sia dovuto soltanto all’assenza, alla distanza creata negli anni o se, al contrario, sarebbe lo stesso ogni giorno, ogni ora, come l’amore, diverso e uguale, eterno. Mi uccidi, ti penso ed è come qualcosa che improvvisamente cade e i pezzi, via, resta soltanto il vuoto, reale, fisico. Devo reagire, lenire il dolore, cercare un appiglio, anche solo per oggi una voce, una carezza. Spaesato, alla ricerca di una via di fuga giro lo sguardo intorno e intorno a me, ritrovo il mondo. Sono di nuovo dentro, un imprevisto colpo del pennello e, vengo restituito al quadro, a quel ritratto instabile che non può non essere la vita. Sono soltanto un grumo di colore e nonostante questo, non sono meno di tutto il resto o meno di qualsiasi cosa, sono una parte, sola e imperfetta, di tutta l’imperfezione al mondo più perfetta, il mondo. Così, un passo dopo l’altro, lentamente, fino ad accelerare e, subito fermarsi, quasi una danza ballata al ritmo della vita, una indimenticabile ed antica melodia e poi, l’orchestra tutta in tondo. Voli pindarici, distaccamenti, come un leggero stato d’incoscienza, come la sensazione che provavo ad occhi chiusi, galleggiando dolcemente, alla deriva. Allora, era la voce preoccupata di mia madre a richiamarmi indietro, oggi, il rumore infernale del tempo che scorre. E’ già tardi quando riprendo il libro in mano, devo recuperare e la riva è ancora lontana. Studio le regole della comunicazione, del giornalismo vero e di quello scimmiottato dalla televisione, lavoro per costruirmi un futuro, un domani. Capire i meccanismi, cause ed effetti, relazioni, verità date e sconfessate dalla storia e prospettive, ipotizzabili sviluppi di una società di massa, le strategie e le tattiche, l’infido mestiere del conquistarsi la fiducia. Letture a tratti interessanti, banalità e colpi di genio, ricostruzioni di strade battute che dettano le direzioni future, tutto chiaro, come le implicite destinazioni. Implicite, non dette, perché? Nell’ambito informativo, ad esempio, una buona comunicazione è data dalla linearità del messaggio inviato, dall’assenza del fenomeno della distorsione. In parole povere, azzerare ogni possibilità di equivoco. Un aspetto particolarmente importante dato il carattere unidirezionale della comunicazione televisiva, data cioè l’impossibilità da parte dello spettatore di interagire con la fonte e viceversa. E’ un’azione arbitraria di fronte la quale non si hanno argomenti. Questo rappresenta il nucleo centrale del problema e investe tutti gli argomenti finora affrontati. Nel confronto con “l’altro”, l’esterno, noi costruiamo il nostro essere, la percezione della realtà e, quindi, la realtà stessa. Come affrontare allora il problema di questo specifico confronto in assenza di dialogo, nel silenzio imposto dal mio ruolo di spettatore muto? Come rendere credibile o reale questo rapporto? Forse può essere utile spostare la questione su un piano personale, più concreto. A livello umano non penso di farmi un torto nel giudicarmi come già detto un rompicoglioni. Devo sempre dire la mia, obiettare, ribattere fino a brandire contento l’ultima parola, le uniche occasioni di muta rassegnazione ed ascolto si sono consumate nelle aule dell’università, di fronte ad un berretto nero a strisce rosse o tra le mura di una chiesa. In silenzio, quindi, sottomesso, ad una autorità superiore, ad un criterio di verità indiscutibili, stabilite per legge, naturale o soprannaturale che sia. Muto perché costretto al silenzio o, tornando alla televisione, perché convinto al silenzio. Il centro dei miei studi, l’efficacia della convinzione opposta a quella della costrizione, strade diverse stesso obbiettivo. Mi chiedo se una giusta istruzione non dovrebbe insegnarmi a come gestire con responsabilità un potere invece di farmi capire come meglio ottenerlo? Forse non suonerebbe bene. Nella società del chi non ha è una merda e l’unica linea di confine è tra l’avere o il non, l’ipocrisia ci salva e copre gli specchi, ci tura il naso di fronte alla discarica, l’importante è non finire tra quelli che ci vivono dentro. Spiegare come si usa un’arma, cultura o istigazione a delinquere? Possiamo lavarcene la mani lasciando ogni riserva morale alla coscienza di ognuno? Mi piacerebbe pensare di sì, anche se l’incoscienza del mondo attuale ferisce irrimediabilmente le speranze, almeno le mie. Vado avanti così, tra un teorema di sociologia e i dubbi che al solito mi affollano la testa, fino alla consueta scatoletta di tonno, lascio da parte il vino, ne prenderò un sorso più tardi, per questa cena insipida non vale la pena. Verso le undici la stanza trabocca di fumo, i mozziconi accatastati nella giornata sorpassano di parecchio il limite del posacenere, ma di muovere un muscolo non se ne parla. Alle mie spalle, ad ogni folata, il ticchettio della tenda di plastica sulla finestra, ancora non mi sono abituato e spesso mi giro di scatto, quasi cercassi il colpevole, a scrutare al di là del vetro. Mai nessuno, per giorni, mentre adesso una faccia quadra, spiaccicata sulla superficie trasparente della porta, ride, divertita dal salto olimpico che faccio sulla sedia quando mi rendo conto. E’ il biondo, ha provato a chiamarmi, ma il telefono non dava segnali di vita, almeno stavolta non ero impegnato in attività fisiologiche di sorta. Riaffiora il ricordo di un’altra vita, la sensazione è talmente nitida da stordirmi, quasi non me ne sono accorto e già avevo lasciato tutto, il passato al passato. Invece no, quello che da un po’ sentivo lontano era di nuovo di fronte a me, a un passo. Un abbraccio forte misto a sorrisi e lo faccio entrare, è arrivato ora dalla city, “dai, raccontami come vanno le cose”. E’ partito tardi, la notte dei saluti si era fatta mattina e aveva voluto riposarsi qualche ora prima di mettersi in viaggio. La macchina stipata in ogni angolo, come quel primo giorno nella metropoli, catapultato dal profondo Sud, oggi il percorso inverso, un’altra vita ancora da lasciare e un’altra, ancora, da ricominciare. Lo vedo, seduto davanti a me, la faccia tesa, la gamba che saltella senza sosta, gli occhi lucidi e il timore di domani, vorrei dire qualcosa d’importante, ma non ho parole. Penso a tutto il tormentarmi intorno al mio voler cambiare, andare via, volere senza potere, anche per lui, voleva restare, uguale, invece ha dovuto cambiare senza potersi opporre. Certo, aveva un lavoro, da schiavo, ne ha cercato uno da uomo e incontro a quello sta andando, ancora vestito da schiavo. Ne sono sempre più convinto, scegliere è un lusso che possono permettersi in pochi. Ci salutiamo che sono le tre, appuntamento per la mattina successiva alle nove, si corre insieme. Puntuale, spacco il secondo come da vecchia abitudine, aspetto e mi guardo allo specchio, soddisfatto del mio completo da corsa. La felpa verde oro di brasiliana memoria, costume a pantaloncino rosso e scarpe gialle piscio, a chiudere, occhiale specchiato da neve, azzurro elettrico che interrompe le pieghe del cuscino, ancora profonde sulla faccia. Vedermi conciato così mi mette subito di buon umore, speriamo pensino uguale i pescatori che incrocio lungo il percorso, mi spiacerebbe passare per il drogato del paese. L’attesa intanto diventa eccessiva e parto da solo, il solito vento dispettoso che mi frena, mentre avverto i primi risultati dei miei sforzi. E’ strano quanto poco basti a rendermi soddisfatto di me stesso, la stanchezza arriva più tenue, la boa che segnava la fine del giro di andata è pronta ad essere spostata, avanzata, è come sorpassare il limite, oltrepassare il punto, e spingersi più in là, fissarne un altro. La linea che si traccia in queste occasioni ha un significato tutto suo, il limite non è più il confine a ciò che sei, quanto piuttosto a ciò che sei diventato. La prospettiva è affascinante, la transitorietà del tutto regala il sogno di un tempo mai statico, uno scorrere mai fine a se stesso, un movimento continuo lasciato alla mercè del mio volere. La faccia bella della medaglia, suadente musa il cui canto attrae, l’incauto. Dal lato opposto, paziente, attende il resto, il prezzo da pagare, che tu lo voglia o meno, lo scotto che dovrai versare. La consapevolezza di aver attraversato il segno, porta con sé il sapere di non poter tornare indietro. Come il capitalista investe il capitale, se va bene si moltiplica, se si ritira muore. Espandersi per non morire, l’unico modo per sopravvivere o, l’unico modo in cui ci hanno insegnato a vivere? Domanda interessante, ma l’ossigeno non basta a correre e pensare insieme, le idee si annebbiano e devo ottimizzare, scelgo di correre, troverò dopo il tempo per riflettere. Sotto la doccia, la solita goduria, preludio alla solita giornata, pagine e pagine da leggere e in mezzo, qualche riga da sottolineare. Il sopraggiungere veloce della sera, ancora solo, il biondo trattenuto dai preparativi, io, devo decidere se uscire o restare tumulato. Dieci notti passate ad ammuffire dentro l’umidità di queste mura, una scelta difficile.. Costeggio lento la scogliera, il tragitto ricalca la sgambata mattutina, mentre la luna imprime la sua luce su un universo parallelo. Provo a chiamarti e, quando dici il destino. Alla fine saranno circa una ventina le chiamate, trenta secondi di vita ognuna e, nonostante tutto, l’ostinata voglia di parlarti. Posso solo dirti che prima di amarti come donna, ti adoravo per il tuo essere al di là dello schema, oltre l’aspettativa, irragionevole. Un abbaglio, smesso il travestimento, ti sei rifatta il trucco e sei tornata al tavolo del bridge. Libera, anche così t’avrei sacrificato il cuore, ma mi sbagliavo, non era il cuore che volevi, ero io, ero io il pegno che chiedevi al nostro amore. Di nuovo quella rabbia che mi consuma dentro, la cattiveria, il sentirsi tradito. Stacco il telefono, la tua voce è come il gesso che stride sulla superficie nera della lavagna, mi mette i brividi. Il sangue che sale al cervello, non capisco più niente, i pensieri si accavallano nella testa vuota, non penso, ti odio e basta. Il fuoco dentro, fuori la calma imperturbabile di questo mondo, vorrei spaccare tutto, dare alle fiamme il mare, eri il mio più grande sogno, ora sei il più terribile degli incubi. Non voglio, non voglio stare così, non voglio essere così. Tornato dall’India mi illudevo di aver cambiato rotta, amare, sempre e comunque, senza se, senza ma, senza eccezioni. La vita come un boomerang, quello che lanci torna a spezzarti i denti, meglio i fiori allora dei mattoni. Mi trascini a forza dentro le sabbie mobili degli egoismi, dentro lo stereotipo delle ambizioni metro del mio valere, dentro l’infame gioco del chi non è non ama e a te, il coltello dalla parte del manico e a me, la lama. Ferirsi è facile, il problema è convincersi a non stringere. Perché? Certamente non per paura o per resa, nella vita la spugna cade insieme al tempo dato e, forse il punto è proprio questo, il “dato”. Dovremmo intenderlo come un tempo che ci è stato regalato, dato, appunto, da qualcun altro, o dovremmo invece supporre che il “dato” si riferisca ad un ambito temporale, nel senso di stabilito? Senza dubbio tutto ciò che abbiamo ci viene donato, lo sanno bene i contadini che della terra conservano ancora l’odore sulle mani quando la sera vanno a letto, è lei che decide, i frutti sono i suoi, noi ne sfruttiamo solo la compiacenza fin quando ci è dato. Ogni cosa uguale, non ci appartiene e anche quando ci illudiamo di possederla sappiamo che non sarà mai nostra del tutto, per sempre. E per sempre non potrà essere la felicità, ma neanche la disperazione, ti perdo, devo accettarlo, non stringere, non sei mai stata mia per sempre, ma fino a quando lo sei stata è stato un sogno. Amarti per quello che eri od odiarti per quello che sei, perché è così difficile fare una scelta così facile? Amare, sempre e comunque, senza se, senza ma, senza eccezioni, tornato dall’India, mi illudevo di aver cambiato rotta. Sarà il tornare dei pensieri sopra le vette scarne dell’Himalaya, od il fragore sordo delle onde spezzate dagli scogli, sarà quel che sarà, ma l’anima si quieta, la notte torna ad essere un’amante, misteriosa, nera, straordinariamente affascinante. Il cielo trabocca di stelle, un passo dopo l’altro, piano. Il lungomare, stretto, illuminato dai lampioni, tutto in ordine, le panchine di legno affacciate a guardare lo strapiombo, i cestini puliti ogni cinquanta metri, la strada intonsa, un mozzicone gettato a morire in un angolo, l’unico, il mio. Sul lato opposto qualche casa in via di costruzione, accenni approssimativi di giardini futuri, due carriole ribaltate in mezzo a un prato e a tratti, erbacce cresciute qua e là. Sembra che siano andati tutti, all’improvviso, fuggiti abbandonando tutto, come avvertiti dal suono lugubre della sirena, prima del botto. Almeno questo ho creduto tornato a casa, nella rivisitazione folle del mio pensare sempre male. Lì no, lì, il mio esser solo in quell’istante, è stato bellissimo, quel piccolo universo in miniatura, quei cinquecento metri di strada illuminata, l’acqua cupa scossa dal vento, il firmamento, a riccio, stretto intorno a quello spicchio bianco, evanescente, tutto il creato, solo e soltanto per me. Regalo posto ai piedi del futuro imperatore, non avevo niente e, in un istante, ho avuto il mondo. Sto per crollare, sotto il peso delle coperte, quando mi sfiori nuovamente i pensieri, addormentarsi è ogni giorno più difficile, vorrei averti vicino, vorrei baciarti, vorrei ancora i tuoi capelli sul cuscino a soffocarmi, vorrei il tuo corpo modellato accanto al mio, vorrei: “Io vorrei che tu /tu avessi qualcosa da dire /che parlassi di più /che provassi una volta a reagire /ribellandoti /a quell’eterno incanto /per vederti lottare contro chi /ti vuole così /innocente e banale donna /donna sempre uguale /donna per non capire /donna /donna per uscire /donna da sposare /No senti, /stammi a sentire un po’ /non è te che detesto in fondo sai /la colpa non è tua /la verità è che al mondo /tu servi così”.. Chiudo gli occhi, a domani. Il giorno dopo è l’ormai consueto succedersi delle tappe impostate, corsa, doccia, colazione in faccia al mare, ritorno a casa e studio. Politica internazionale degli anni ’60: Kennedy, Kruscev, il Vietnam, la rivoluzione culturale di Mao, il Medio Oriente, la crisi petrolifera, le guerre arabo-israeliane. A colpirmi particolarmente una frase, contenuta in una di quelle schede di approfondimento lasciate inspiegabilmente morire in coda ad ogni capitolo: “Se una società non riesce ad aiutare i molti che sono poveri, non riuscirà mai a salvare i pochi che sono ricchi”. L’affermazione, estrapolata dal discorso di insediamento tenuto il 20 gennaio del ’61 dal celeberrimo J.F.K, mi aveva inizialmente suscitato una notevole ammirazione e sorpreso favorevolmente, salvo poi farmi riflettere su alcune sfumature inquietanti. Certo, la propaganda dell’informazione mediatica aveva da sempre sviluppato, non a torto, il ricordo di un Kennedy progressista, riformatore, ostinatamente rivolto verso la pace, nonostante la sua presidenza si fosse caratterizzata anche per l’attacco a Cuba nel famoso sbarco alla “Baia dei porci”, o per una certa spregiudicatezza nella difesa degli interessi americani nel mondo, o ancora per aver aperto la strada alla famigerata guerra del Vietnam, dove gli U.S.A. era presenti già allora con diversi contingenti militari (circa 30.000 uomini). Questo, solo per dire quanto risulti chiara la distanza tra la politica reale e quella ideale. Proprio per questo però, proprio per cercare di avvicinare questi estremi e sviluppare la tensione della realtà verso il limite massimo della pura idea, gli obbiettivi, i traguardi proposti, dovrebbero essere i più ardui, i più complicati da raggiungere e al contempo anche quelli più alti, più carichi di aspirazioni, di ambizioni. Non posso accettare, come propose Kennedy, di lottare per dare una mano ai poveri allo scopo di salvare la manciata di ricchi privilegiati. Roba dell’altro mondo, la lotta per la tutela dei ricchi, come se non fossero già abbastanza tutelati dalle loro leggi e dall’unico metro di valore che hanno da sempre imposto, la forza del soldo. Insomma, non voglio fare qua discorsi che non mi appartengono e per cui non sono sufficientemente preparato, soltanto, vorrei non scoprirmi un giorno con l’animo infiammato, mentre difendo il mio diritto al mocassino scamosciato. Discorsi terra terra, la politica non è quella dei buoni sentimenti. E’ chiaro che il problema ruotava, allora, attorno alla contrapposizione U.S.A.-U.R.S.S., come d’altronde ci ruotava al tempo il mondo intero. Il riferimento di Kennedy ai poveri era rivolto a quei paesi dell’emergente Terzo Mondo, ambiti da entrambe le superpotenze e che dovevano ancora scegliere su quale carro salire. L’aiuto umanitario alla mercè del più borghese opportunismo, nato dalla necessità di estendere la propria egemonia, prospettive allettanti, non c‘è che dire. L’alternativa, a rileggerla ora, appare ancora peggiore: “Dobbiamo avere fiducia nelle masse; dobbiamo avere fiducia nel Partito. Se dubitiamo di questi due principi, non potremo realizzare niente” (breve passo tratto dal “libretto rosso” di Mao). “La lotta oggi va condotta con il Partito all’interno delle strutture/ perché il Partito ti può aiutare, perché il partito ti può garantire, perché il Partito è una conquista sociale, perché il Partito è una istituzione/ macchè rivoluzione e rivoluzione, riforme ci vogliono, riforme”. Tutto cambia, quella che ieri era la tua speranza, domani potrebbe rivelarsi la catena più stretta. Non è facile muoversi nel dedalo di strade possibili, orizzontarsi, vorrei acquistare una bussola a buon mercato, ma per capire il mondo i soldi non servono, la conoscenza non la puoi comprare e, a volte, non basta neanche studiare, i libri possono rispondere solo alle domande che gli vengono poste, inoltre, il più delle volte, offrono solo risposte, manca il dialogo, manca qualcuno che ci metta in difficoltà con le sue, di domande. Salgo sul tetto di casa e concludo lì la giornata di studio, il sole è calato dietro la faccia scrostata della casa alle spalle, ma so che c’è, dov’è e il cielo, è una amalgama di colori che tuffano la mente indietro, ricordi del finire del giorno d’altri luoghi, la Grecia, l’India, l’azzurro limpido macchiato d’arancio e di rosso e di giallo e poi ancora di altro, in una danza continua in cui tutto si fonde, scompare e riappare, solo per esser più bello, o, solo, più semplice, per essere e basta. E’ così, l’incredibile normalità del vivere, il miracolo è sempre davanti a noi, eppure, restiamo ciechi a chiederne la prova. Quando la smetto di stupirmi è quasi sera, è sabato, decido di darmi ai bagordi, festeggio e parto alla ricerca di cibo. L’impresa è cosa ardua, mi spingo in una delle tante frazioni di questo territorio, il biondo mi aveva regalato qualche “dritta”, proprio sulla piazza, appena arrivi. La suddetta piazza la circumnavigo da dieci minuti, ma di posti dove fermarsi a mangiare un boccone neanche l’ombra, mi addentro nei meandri del paese, una strada di cinquecento metri circa costeggiata da qualche costruzione diroccata, cerco riferimenti nella memoria, buio pesto. La scatola nera si illumina, è il biondo, la sensazione di ricevere una chiamata inaspettata, miracoli della moderna tecnologia e delle sue falle. “Che fai, dove sei, che programmi hai? Vado al cinema con qualche amico, vieni?” “Sicuro, tra quindici minuti a casa mia”. Mi carica, appuntamento con il resto del gruppo sulla piazza del paese vicino, presentazioni di rito e via, verso la “little town”. Cinquanta km andare e cinquanta a tornare, nella city rinuncio se ne devo fare un quarto. La struttura dove siamo diretti è un multisala periferico, anche qui esiste la periferia, dieci film diversi, la scelta non mi riguarda. Il tema è il trhiller-horror, due palle infinite, ci si emoziona una volta a trenta secondi dall’inizio, il resto è noia. Ci si sposta verso il centro, saremo circa una ventina, solito dramma della prima volta, non ricordo un nome che sia uno. Cerco di seguire i discorsi, il dialetto, unito alla fame, confonde tutto, rido, per simpatia, per non sembrare un corpo estraneo, l’amico di. Ci ritroviamo nel cuore della little town, l’impatto è travolgente, migliaia di persone accalcate e strette lungo i budelli accerchiati da locali. La spiritosa del gruppo mi osserva, attende il momento giusto e lo trova, l’intercalare stretto della lingua autoctona mi lascia ai margini e l’ebete sorriso non le sfugge: “Hai capito cosa diciamo?” Avrei voluto mettere una mano sopra quel suo testone e, scaraventarlo a terra, ma mi trattengo e sfoggio le qualità indiscusse di improvvisatore: “Certo”, non faccio in tempo a dirlo che già sono stato sputtanato. La miglior difesa è l’attacco: “Mi devi scusare, non è un periodo facile, soltanto dieci giorni fa, la mia famiglia..” e abbasso triste lo sguardo. “Mi dispiace tanto, scusa, non sapevo”. L’imbarazzo è visibile, difficile trovare vie di fuga, la vedo torcersi, piegarsi su stessa, indietreggiare. Ne ha avuto abbastanza, non voglio infierire, tranquilla, stavo scherzando. La nottata prosegue sorniona, pizza, birra e alle tre tutti a casa. Miss Simpatia mi saluta ammiccante, o almeno è quello che voglio pensare, stregata dal primo coglione che non le permette di gestire la situazione come vuole. Domani pranzo familiare, mamma, papà e il biondo, sveglia anticipata, operazione pastarella. Prima di spegnere il cervello, sunto della serata: ammazza che gnocche le salent-woman, tutte tirate, minigonna d‘obbligo, trucco abbondante, sguardo provocatorio, calze a rete variopinte, ma, soprattutto, tante, ma tante, in tutti i sensi, sarà l’astinenza forzata degli ultimi mesi. Tarda mattinata, la pasticceria domenicale non sembra il punto forte della zona, accatto due paste nel bar della piazza e mi direziono verso casa del biondo. Disposta su tre piani, soffitti alti e spazi enormi, i genitori sorridenti e gentili a farci strada. Il pranzo, ottimo e abbondante come da tradizione, mi vede alzare bandiera bianca in anticipo rispetto al programma, non vorrei apparire scortese e attingo a tutte le arti diplomatiche in mio possesso. Due chiacchiere sul mondo in generale e un paio d’ore spese a tifare contro la “vecchia signora”, ogni tanto mi assento furtivamente in terrazzo a sfogare le necessità da tabagista incallito. Arriva il momento del congedo, quando saluto il biondo vedo una faccia bianca e impaurita che si prepara a domani. Il nuovo lavoro è alle porte, lo aspetta ancora la ricerca di un appartamento dove vivere, intanto dormirà dal cognato di suo zio, divano letto in salotto e l’aria vecchia, ora opprimente, delle cose da cui voleva allontanarsi, cacciato indietro da un nemico invisibile. Le parole spese in questi giorni per tranquillizzarlo risuonano vuote ed inutili, mi sento un imbecille che non sa che dire e resta aggrappato ai luoghi comuni: “Nella vita l’unica cosa sicura è la morte”, “Come improvvisamente ti sei trovato a partire così potresti trovarti a tornare”, “Lì la vita costa meno e riuscirai a mettere qualche soldo da parte”. Tutte balle, la verità è che il tempo rende più difficile ogni scelta, più definitiva, più complicata, riduce il margine e dopo, indietro non si torna. Lui ha voluto, dovuto, scegliere, mentre io sto ancora qua a prendere tempo, mentre il tempo sgretola il tempo nell’agonia infruttuosa di un’attesa. Ho paura, la scelta sbagliata forse l’ho già fatta, ho scelto di avere paura. Arriva la notte buia, il sonno non mi servirà a sognare, ma scacciare gli incubi ancora è possibile, almeno qui, in questo piccolo angolo di memoria perduta, in mezzo al rumore del mare che bacia l’orizzonte e costruisce la mia favola. Mi aspettano giorni piacevoli, il ritmo della mia vita batte regolare, fatto dei tempi miei e del sole, il calore della primavera che nasce, il profumo dell’erba e della terra umida della mattina, il sale dell’acqua limpida che mi lava, lo scorrere uguale di oggi, domani, e il giorno dopo ancora. Ritrovo quella serenità che ardentemente bramavo, chiuso nel mio guscio, al riparo dal resto, da una vita che non mi sta più bene, scomoda, come un vestito vecchio attorno al ventre, flaccido, che ho costruito. Studio, mangio e scrivo, in questo momento ho tutto quello che voglio e ne godo pieno, anche il telefono tace, in rispettoso silenzio, in accordo di questo non scritto trattato, di pace. Giornate intere senza udire il suono della mia voce e forse è un bene, mi accorgo che neanche il rumore del traffico mi era venuto così insopportabile. Potrebbe essere un’illusione, ma l’occasione mi mette alla prova. Tardo pomeriggio, percorro il budello che porta a casa e saluto cordiale il vicino intento a lavorare sul muretto che separa le due proprietà. L’isolamento rende tutti all’occorrenza più loquaci e anche lui sembra averne abbastanza della tranquillità del posto, così, senza che mi rendessi bene conto del come e del quando, mi ritrovo ad ascoltare la breve storia della sua vita e della sua recente iniziazione all’attività manuale. Come tantissimi che questo luogo ha visto nascere, crescere e andare via, così è stato per la sua vita. Altre terre hanno visto nascere i suoi figli e coltivare le sue speranze, il mese di sole strappato ogni anno al lavoro non è bastato a legare moglie e prole a queste quattro pietre vista mare, forse la prossima generazione, i nipoti, o figli di quelli magari. Lui intanto continua a provare, farsi il culo fra calce e cazzeruole a sessant’anni, dopo una storia spesa appresso a cavi elettrici e gioielli, non avrebbe senso. Non c’è istinto di sopravvivenza nel costruire tale eredità, né fedi di reincarnazioni o vite eterne, l’amor filiale non basta, possiamo non credere a niente eppure avvertire profonda la consapevolezza di non essere soltanto questo, avere qualcosa dentro e non poterlo dire, spiegare, eppure sentire di poterlo lasciare, incastrato, nei sassi, accatastati tra sudore e fatica di un corpo, già troppo usato. Il dolore sottile del tempo disegna sul viso accenni di smorfie, ogni discesa verso il secchio è come un voto offerto alla divinità, l’anima in cambio della speranza che, di quella stessa anima qualcosa, resisterà. Al margine di queste riflessioni, resta il racconto degli anni passati. Il tentativo di tornare e il morso velenoso della malavita, come un serpente in agguato sulla preda, meglio lasciare, curarsi e continuare a vivere lontani, troppo vicino il fuoco brucia e certe fiamme, non le puoi spegnere da solo. Non è uno Stato quello che accetta l’essere del mondo in questo stato. L’ora di cena è passata, mentre la moglie tenta inutilmente di richiamarlo a casa mi spiega dettagliatamente i lavori eseguiti nella casa del nord ed i progetti in corso per quella qui accanto, i materiali usati, il peso, la qualità, la disposizione, la riuscita, la soddisfazione di scoprirsi capaci e via dicendo, due ore piene non sono sufficienti a placarlo, gli lascio la scena, completa, dico tre parole più qualche domanda, fino al saluto, quando contento mi gira le spalle, felicemente esausto, del lavoro e del parlare. Torno verso la mia bicocca anch’io, sorpreso del mio stesso stare ad ascoltare, senza interrompere, senza dover per forza dire la mia o senza cercare il disimpegno gentile. Mi siedo svogliato davanti a un piatto di tonno e pane del giorno prima, mentre riempio un bicchiere di carta con il vino, squisito frutto di questa terra e intanto, non so come, il ricordo di mio nonno, che aspettava. Prima i compiti, poi la nostra sfida a carte, briscola o scopetta? E quel sorriso, sdentato, che s’illuminava quando, segnava i punti e mi scriveva zero, dove sei andato, nonno? Lo so, basta una rampa di scale e ti vedo, ma non ti riconosco, tu, non mi riconosci. La guerra, il te bambino, tua moglie, il paese, qualche sbiadita immagine dei figli e dopo, solo il rincorrersi affannoso dei pensieri, in coda ad una corsa già conclusa, verso un traguardo che non arriva mai. Mi hai spiegato la vita, quattro parole e due comandamenti e io, senza trovare modo di ringraziarti. Forse potrei cercare un’altra strada, forse la logica delle parole non è l’unica via, forse potrei riuscire a non lasciarti lì, guardare solo, indietro. Lo penso e al tempo stesso arretro, ma questa volta, giuro, non rinuncio. Un altro giorno, oggi il tempo promette tempesta, il vento piega gli alberi e scuote le finestre, qualche goccia timida mi fredda il cranio, quand’è che ho perso la mia folta chioma? Accenno i primi passi veloci sull’ormai “vecchio” lungomare, il telefono mi squilla in tasca, lo porto con me anche in questa circostanza dato il rifiuto decennale di legarmi a un orologio. E’ un messaggio, il negro mi avverte che domani saranno qui, lui e lo straniero. Eravamo rimasti d’accordo prima della mia partenza, ne avrebbero approfittato per salutare il biondo, la cui decisione improvvisa non ha concesso i saluti di rito. Non credevo l’avrebbero fatto, tra il dire e il fare, oltretutto l’inaffidabilità è il tratto caratteristico degli abitanti della city, invece, mai dare per scontato, conosciuto, l’animo umano. La cosa mi lascia un poco stralunato, sicuramente vedere due amici e trascorrere con loro un paio di giorni, dopo settimane di quasi isolamento, mi rende allegro, euforico. D’altro canto, mi sembra quasi che l’arrivo di qualsiasi essere umano all’interno del mio eremo, corra il rischio di intaccare l’equilibrio interiore che sto cercando di costruire. Decido di non pensarci, non preoccuparmene, è inutile angosciarsi di fronte all’inevitabile, meglio aspettare, vedere, vivere e, in caso, farsene una ragione. Alzo gli occhi al cielo, i carichi imponenti di nubi non accennano interruzioni, la scala di grigi mi sembra completa, di varietà infinita. L’inverno che non cede il passo, in un seguirsi di vicendevoli sorpassi, oggi si porta in testa, riporta indietro le lancette, tira le onde in aria e, grida. Mi rintano nel loculo, accucciato stretto intorno alla stufa, il libro in mano e un velo di noia sulle spalle, sicuramente non sono felice, ma studio come un treno, spuntino alle tre e quando rialzo la testa è già l’ora di cena. Fuori, il tintinnare flebile delle gocce, un ritmo lento e opaco che non accenna cambiamenti. Operazioni serali, minuti sparsi di televisione, telegiornali da rabbrividire, ancora poche righe impresse nel computer e, il mio libro. E’ un viaggio, attraverso l’Asia, la politica, le religioni, i miti, gli stregoni, il passato, il bisogno dell’occulto, la credulità, la fede, il futuro, le truffe, le differenze, l’amore, la paura, è un viaggio, attraverso e dentro l’Asia, verso il noi. Dormo sereno, prima di spegnere, il sogno quotidiano ad occhi aperti, un lavoro che mi porti via lontano, svegliarsi domani e parlare in tedesco, pensare in francese, divertirsi in spagnolo, comunicare in inglese e scrivere nel mio italiano, meglio di quanto riesca a fare, cittadino del mondo. La giornata che arriva porta piccole novità nel ripetersi religioso dei miei riti pagani. Le condizioni dell’appartamento sono andate via via peggiorando, il lavandino trabocca delle stoviglie lasciate ad ammuffire nella settimana, i pavimenti di finto marmo sono striati da grumi di polvere lanosa, il bagno grida vendetta, mentre ogni sedia è occupata da vestiti accartocciati e mai riposti nell’armadio. Urgono pronti rimedi in vista del duo in arrivo dalla city, mi incoraggia nelle attività un sole tiepido che, lentamente, si fa strada tra il fitto cespuglio di nuvole del giorno prima. Tiro fuori le coperte rimaste dal contro-soffitto ricavato sopra il bagno, la più grande, stesa nella sua interezza, non mi arriva al torace, forse gli inquilini precedenti erano i sette nani. A metà pomeriggio provo a mettermi in contatto per sapere a che punto volge il viaggio, scopro che sono appena riusciti a lasciarsi l’agglomerato alle spalle e che non sono soli, li accompagnano infatti due presenze femminili, una direzionata verso la casa natia, poco distante dal mio rifugio solitario, l’altra giunta appositamente per la cerimonia di commiato dal biondo, quasi fosse l’ultimo saluto. Arrivo previsto intorno all’ora di cena, nella migliore delle prospettive, altrimenti, una più realistica seconda serata, nell’attesa, qualche pagina di storia mista a storia dell’informazione, quasi un intreccio impossibile a sciogliersi, il confine sottile tra realtà e propaganda. Il messaggio arriva che sono quasi le undici, appuntamento in un pub non meglio identificato, imboscato nei meandri di una traversa qualsiasi nella strada che conduce al paese vicino. Mi metto in macchina già pronto alle telefonate di rito che mi avvicinino, di tappa in tappa, al traguardo finale, ma, sarà il destino, o più semplicemente la scarsità di luoghi aperti, trovo il locale al primo tentativo. Qualche decina di persone affolla le scale d’ingresso, sono gli ultimi superstiti della crociata anti-tabacco avviata da qualche mese nel paese. Ormai si può tranquillamente affermare che, in media, la stragrande maggioranza degli avventori trascorra le proprie serate all’aperto, incurante del freddo, lontano dai suscettibili nasi e polmoni dei neo-salutisti non-fumatori, nel disprezzo reciproco che forzatamente investe i militari delle fazioni opposte. Non per fare discorsi di parte, capisco il divieto assoluto nei ristoranti, nei ritrovi comuni delle famiglie, nei confronti dei più piccoli, ma un impianto di condizionamento e una politica volta a proibire l’ammasso inumano di gente, non sarebbero sufficienti a garantire, almeno in birrerie o discoteche, la convivenza pacifica tra i due schieramenti, evitando così criminalizzazioni di sorta? Comunque sia, stipati in mezzo a quella confusione, ai lati di uno dei gradini, vedo le facce inconfondibili dei miei amici. Abbracci e grandi sorrisi come non ci vedessimo da anni, l’euforia del primo impatto accompagna le nostre voci, l’accento che segna la differenza, gli sguardi stupiti e contrariati dei paesani, la city qui non gode di buona reputazione, men che meno i citizen, soprattutto se fuori stagione. Passi la colonizzazione estiva, durante il resto dell’anno però, la riappropriazione delle terre natie non ammette eccezioni, come già dimostratomi in precedenti circostanze. Decidiamo per un’entrata rapida ed un doveroso abbassamento dei toni, al tavolo attende il resto della comitiva, Tina, il biondo e la strega. Prima di entrare lo straniero mi accenna ad importanti novità, ma ne verrò informato più dettagliatamente in seguito, quando la situazione permetterà un confronto face to face. Dentro, la solita accozzaglia d’arredamento finto irlandese e qualche traccia autoctona di personalizzazione, la musica, sparata a volume assordante, impedisce qualsivoglia forma di comunicazione verbale e lascia spazio all’arte mimica. Minuscoli numeri adesivi, ognuno il suo, dovrebbero servire a mettere in comunicazione segreta i diversi componenti di ciascun tavolo. L’iniziativa non pare riscuotere il benché minimo successo, nonostante il girovagare assiduo tra la sala, microfono in pugno, di una non proprio attraente responsabile alle operazioni. L’ora scarsa immolata a questo degrado ambientale non viene ripagata neanche dalle generose vedute offerte dallo striminzito abbigliamento femminile, tutto viene infatti supervisionato dalla stretta sorveglianza del maschio locale. Da qui all’abbandono del campo il passo è breve anche se, come è noto, lo scorrere del tempo risponde a leggi percettive, soggettive e insindacabili. Ci rimettiamo in moto diretti verso le mie quattro mura, non prima di aver salutato il biondo e Tina, entrambi ligi al richiamo filiale della vita domestica, con loro, ci ritroveremo domani. Giunti a casa, si pone immediato il problema delle disposizioni, nel letto accanto al mio dormirà lo straniero, mentre il negro e la roscia divideranno il salotto-cucina-camera da pranzo. Apriamo i due mobili al cui interno dovrebbero trovarsi i giacigli temporanei, nel divano dormirà lei, anche in considerazione dell’altezza, punto debole della fisicità del negro. Le operazioni relative alla poltrona che dovrebbe ospitarlo ci pongono di fronte all’imprevisto, il materasso in questione ricorda infatti un dolce saliscendi di colline toscane, un continuo di onde che richiamano alla mente quelle disegnate dai bambini, divertenti da vedere, ma troppo anche per l’elasticità di un contorsionista o la resistenza di un fachiro, necessita una diversa soluzione. La sola alternativa è rappresentata dal finto comò dai cassetti disegnati, mentre lo apro faccio gli scongiuri, azione ampiamente condivisa dal negro, nonostante i suoi, ho idea, si direzionino nella speranza opposta. L’idea di dover dividere il letto con la roscia non sembra toccarlo, anzi.. Il finto comò sembra dare garanzie sufficienti di tenuta, ma la scena che ci si dipana di fronte agli occhi quando si sdraia, è una girandola di risate che proseguono e rimbombano nella notte. La sensazione è quella di trovarsi di fronte ad una immagine da Italia del dopoguerra, il negro è la fotografia di quei bambini nati in un moltiplicarsi di famiglie già troppo affollate e relegati a dormire dentro i cassetti trasformati in culle a buon mercato. Gli occhi gonfi di queste lacrime giocose, il viso indolenzito da un interminabile sorriso, mentre accanto già dorme forte lo straniero. Da quando ci siamo visti non ha detto che poche parole, anche durante il viaggio, almeno così mi hanno riferito gli altri, non è stato diverso, ne ho avvertito netta la tensione e la tristezza, ma ancora sono all’oscuro, brutte notizie? Mattina presto, ancora dormono tutti, infilo silenzioso felpa e scarpe da ginnastica per l’abituale ora di movimento fisico. Raggiungere l’uscita è impresa ardua, il salotto è praticamente invaso nella sua interezza dall’apertura dei due letti, faccio attenzione a dove mettere i piedi, ma qualche urto è inevitabile, quando apro piano la porta li vedo, come tartarughe, ritirare indietro la testa e proteggersi gli occhi dal fascio di luce, mi spiace per loro, ma sono contento di non aver rinunciato a questo impegno quotidiano. Al mio ritorno ancora tutto tace, solo dopo la doccia il negro rinuncia all’intenzione di continuare la lotta per il sonno e mi raggiunge sotto il sole, all’aperto. Ci dirigiamo verso la colazione, il cornetto congelato non è il massimo della vita, ma quando le alternative sono le fotocopie sbiadite dell’originale, anche quello acquista il suo fascino. Qualche minuto lasciato alle panchine al caldo e marcia indietro, gli altri due ci aspettano in contemplazione sugli scogli in riva al mare, decidiamo di muoverci verso il centro vitale della zona, una settantina di km tra andata e ritorno, non proprio dietro l’angolo ma ne vale la pena. La cittadina in questione ha infatti fascino da vendere, arroccata, come tutto qui del resto, sopra lo specchio cristallino dell’acqua, sviluppa il centro storico all’interno del castello antico. Tutto molto turistico, negozi di souvenir ed oggettistica varia sono sparsi un poco ovunque, insieme ai cento bar che offrono aperitivi talmente abbondanti da sostituirsi al pasto regolare. Nonostante l’invasione commerciale, permane però quel tratto amabile e provinciale della meta fuori stagione, i panorami si succedono fantastici e mai avari di colori, l’azzurro sopra la testa e l’accecante giallo dentro gli occhi, la vista che spazia sull’orizzonte intero dona illusioni di una serenità di mondo e di un immobile incedere del tempo. Breve sosta alcolica dove ognuno approfitta per vivere il suo personalissimo momento di condivisione con la natura attorno poi, destinazione spiaggia, panorami più dolci dove posare i nostri sguardi. Il tepore lieve della giornata viene violentemente strapazzato dalla forza di un vento che non risparmia angolo o pertugio. Da soli, in mezzo alla distesa grande della sabbia, cerchiamo riparo. Appiattiti contro il muro di un chiosco abbandonato, troviamo finalmente rifugio, qui l’incedere delle raffiche sembra attenuarsi e il sole, torna a farla da padrone. Dopo appena un paio d’ore, la facce arrossate dei tre malcapitati gridano pietà, in particolare ci piega dal ridere l’accento rosso che i raggi hanno dipinto sul viso del negro, ricorda i vecchi alticci di fronte alle osterie, con le tasche vuote e la stomaco pieno, di vino. Di lì a poco ci raggiunge il biondo, oggi lo vedo alla luce del giorno, la faccia smunta, bianca, occhiaie scure e profonde, il passo stanco come l’anima, i primi risultati del nuovo lavoro. Nel frattempo ha trovato casa, speriamo che il tempo gli regali qualche altra piacevole novità, per ora lo vedo abbattuto, disperso, come un soldato costretto alla ritirata, improvvisa. Prima di rimetterci in marcia, spendiamo qualche minuto spensierato intorno a un biliardino, il ricordo dei tempi andati, delle vacanze infinite da bambini, degli amori estivi e di quel non so che cosa che oggi non c’è più, tranne la botta dal portiere, quello è come andare in bicicletta, una volta imparato non si scorda più, vinco facile, in coppia con lo straniero. Riprendiamo la strada, prima fermata al mercato, il necessario per la cena di stasera poi, direzione casa al mare del biondo, tre km dalla casa reale, nella mia neanche lo spazio per sedersi. Sessanta euro il costo totale, trenta e qualche spicciolo soltanto per il vino, due bottiglie appena, ma di qualità superiore. Mi metto subito ai fornelli, cucinare è una di quelle cose che mi riempie di soddisfazione, a patto che ci sia un pubblico, farlo per me stesso non mi ispira, non ne trovo il motivo. Melanzane a dadi, mozzarella tritata e parmigiano grattugiato, nell’altra stanza procede l’operazione antipasti, acciughe, olive, mortadella e frise al pomodoro. Il pasto luculliano ci costa almeno due ore, il vino è finito e gli effetti misti a quelli della giornata di sole ci incollano alle sedie trasformando braccia e gambe in pesantissime protesi d’acciaio. Il telefono del biondo inizia a squillare insistente, è Tina che ci richiama all’ordine, ci aspetta da oltre trenta minuti, vestita, sulla porta di casa. Dividiamo i compiti, lui a prendere la povera appiedata, noi a pulire pentole e tegami, intanto la roscia sonnecchia rannicchiata sul divano, “Ho quarantacinque gradi d’alcol in corpo”, modo singolare per conteggiare tre bicchieri di un robusto vino da 15. Quando ci mettiamo in moto anche noi, l’amara sorpresa, l’appuntamento è al pub di ieri sera, fosse stato per noi avremmo girato la macchina direttamente verso la mia bicocca, d’altronde, se sono qui è per salutare il biondo e lui, ci aspetta trepidante. Ad attenderci dentro, tutti rigorosamente in piedi, un gruppo di almeno quindici persone, qualche faccia familiare dalla settimana scorsa e un’aria irrespirabile nonostante l’assenza di fumo. Dopo i primi minuti d’attesa sento l’abbiocco salire feroce, ho bisogno di una boccata d’ossigeno, strattono lo straniero e lo trascino fuori, “Fumiamoci una sigaretta”. Mi segue rapido, siamo fuori e finalmente mi sembra deciso a parlare. “Ho fatto una cazzata enorme, una serie di cazzate, purtroppo è stato un periodo difficile, a letto per quasi due settimane di seguito, sempre male, il giorno del compleanno l’ho passato a dormire”. E’ nato tre giorni prima di me, coincidenze strane, anch’io qui ho vissuto il giorno in questione con qualche linea di febbre, da solo, a casa. Sto per dirglielo, quando mi accorgo che non ha finito, ha gli occhi rossi, la gamba si muove veloce sul posto, i gesti meccanici, quasi robotici, e azzardo: “Qualche problema con la moglie?” “Sì, anche, ho combinato un casino” “Che è successo?” “E’ che ho sempre problemi col lavoro, questo mese mi ha pagato in ritardo, l’undici, e poi dice che non c’ha i soldi, io a lui, il principale, lo stimo tanto, anche io al posto suo avrei fatto lo stesso, sai problemi famigliari, ha dovuto comprare un posto dove dormire alla madre, però io non ce la faccio, così no ce la faccio più”. E’ incredibile, da quando si è trasferito qui, in Italia, nella city, tre anni fa, con il lavoro è andata sempre peggio, dalla padella alla brace, eppure ho visto poche persone con la sua volontà, con le sue capacità, con la sua esperienza nel settore, eppure.. Si era trovato in una condizione simile qualche mese addietro, in tasca una proposta irrifiutabile e tanta voglia di andarsene da dove lavorava, tornare alle montagne era la condizione non eludibile. Il dilemma, accettare? Seguire il cuore, la passione, i sentimenti, o privilegiare invece la professione, la razionalità, il futuro? Ha deciso di guardare al futuro, ma quello fatto d’amici, d’amore, di vita, ha scelto di restare e per farlo ha rischiato, ha lasciato un buon contratto ed un’offerta invitante, per andare in “nero”, giocando un’altra scommessa, dando ancora una volta fiducia a un altro venditore di parole, l’unico mestiere rimasto qui per chi vuole raggranellare qualche euro facile. Non c’è pace, dopo sei mesi ancora la stessa storia, stavolta però è stato lui a chiamare per ritornare indietro, il giorno stesso che gli sono stati proposti nuovi problemi, ha agito d’istinto, stavolta la misura era colma, stavolta vaffanculo a tutti, i sentimentalismi, gli affetti, il ponentino, il dolce far niente, l’approssimazione, il morto un papa se ne fa un altro, il traffico, la donna, le mille cose costruite, la lingua, il mare vicino alla montagna, la storia imbrattata dei monumenti, la domenica allo stadio che poi diventa il sabato e il lunedì e il mercoledì e chi più ne ha più ne metta, compreso me. Gli occhi si sgonfiano, cadono lacrime che sembrano torrenti, “Non so che fare, mi hanno detto che devo rispondere definitivamente entro i prossimi due giorni, andare, tornare, è l’ultima occasione, l’ultima porta, dopo il rifiuto di questa estate mi hanno detto che se ci ripenso non ci sarà una terza occasione. Ho combinato un casino, non so che fare, non lo so!” E’ come sentirsi trafitto al cuore da una freccia, sono di sale, impotente, le labbra strette intorno ai denti mi si colorano di sangue, mi guardo intorno, siamo ancora di fronte alle scale, troppa gente, troppi occhi, tutto è troppo, lo prendo e lo trascino via. Continua a parlare, a piangere, a maledire se stesso e l’idea improvvisa che gli cambierà la vita, non ho argomenti, vorrei trovare una parola dolce e, invece, esce un abbraccio, una stretta violenta con cui lo cingo al petto e lo tengo fermo a me. Quando allento la presa, il viso è fradicio, lo accarezzo con il palmo delle mani, tampono le perdite, ma non basta, non serve a niente. Provo la strada della ragione, nulla è definitivo, è una possibilità da non perdere, quello che hai costruito non può crollare, sei una persona fantastica, ma crollo io. Prendo fiato, costruire frasi di senso compiuto è un’impresa ardua, alterno parole sconclusionate a singhiozzi sempre più evidenti, ormai ho ceduto. Non posso crederci, è come rassegnarsi a veder morire una parte di me, in questi anni il rapporto tra noi è cresciuto come non avrei potuto immaginare. Quando, sei anni fa, l’ho incontrato la prima volta sui gradini dello stadio, ancora non capiva, non parlava bene, ci si intendeva a occhiate. Lentamente abbiamo costruito qualcosa, soprattutto grazie a lui, in trentasei mesi di vita nella city ha conosciuto più gente di quanto abbia fatto io in tutti questi anni, ha imparato una lingua diversa, si è reso indipendente, ha lavorato, si è divertito, ha amato, ha giocato, ha sofferto, ha scoperto, ha riso e, ha pianto, tutto, mai vista una cosa del genere. Non ho incontrato una persona che me ne abbia parlato male, che abbia avuto qualcosa da recriminare o da rinfacciargli, mi ha ascoltato e ascoltato e ascoltato, mai troppi consigli, ma sempre a darmi appoggio e, soprattutto, affetto. Vorrei poter dire qualcosa di diverso da queste smielate banalità, ma è stato così, un affetto enorme e una persona unica, il groppo in gola, gli occhi umidi, la voglia di tirare un calcio al mondo e di nasconderlo alla vita. Vorrei gridargli di non andare via, di resistere ancora, di restare ancora, non partire, non lasciarmi, qui, da solo. Non posso, gli voglio troppo bene per essere, anche amorevolmente, egoista, e lo stringo, di nuovo, forte, fino a farmi male, e più l’abbraccio e più è il dolore, come se quello stesso abbraccio mi tagliasse dentro, una lacerazione senza medicina, ma non so staccarmi. Mi giro e a un palmo dalla faccia mi vedo il negro, ci guarda perplesso, alla distanza dovevamo sembrare una bella coppietta. Ancora un minuto, un minuto soltanto e arriviamo, non è niente, niente di importante, niente di tragico, non è niente, niente. Ci guardiamo, vicendevolmente, negli occhi, c’è qualcosa che nessun tempo potrà colorare opaca, che non potrà distruggersi o affievolire, qualcosa che ci vediamo riflessa dentro, qualcosa che ci unisce, come un tronco d’albero a un bastone. Prima di ritornare al pubblico prendiamo tempo, come in un film, lo schermo a specchio fra di noi, il ricordo straziante dell’India, un viaggio mano nella mano nell’ignoto, dentro i recessi più profondi delle nostre anime, un viaggio verso il cielo, alti, sull’olimpo degli dei, un viaggio al centro della terra e, per la terra, noi. Tutta la determinatezza che non ho mai avuto e la dolcezza, l’ingenuo insistere nella fiducia, eravamo opposti e mai tanto uguale a niente mi sono visto, l’altro, spariva. Cosa sarà domani non posso indovinarlo, ma il disco si è incantato e ti ripeto: “Non ci perderemo, non ci perderemo, non ci perderemo”. Intanto anche il biondo è uscito per sincerarsi che non ci siano problemi, tutto a posto e, come si suol dire, niente in ordine, entriamo. Dentro è l’inferno, le note cannoneggiate dagli altoparlanti, frammenti di discorsi che si incrociano, risate isteriche, scenate, qualche parola distratta, insomma, tutto il normale svolgersi di queste serate ognuna uguale all’altra, stessi posti, stesse facce, stessi luoghi, interscambiabili componenti della moderna omologazione, industrializzazione, globalizzazione. La riduzione delle distanze ha magicamente cancellato tutte le differenze, in Cina, alla periferia di Shangai, stanno costruendo una graziosa copia di una cittadella inglese, una Londra a portata di mano. Stasera è lo stesso, è una delle infinite sere trascorse nella city, nel bar al di là della strada, il negro, il biondo, la roscia, lo straniero, due bicchieri, un amico di quello, qualche brutta alla ricerca di marito e qualche finta bella col triplo fidanzato, il mio sguardo critico sul mondo e una tristezza che non riesco più, non la sopporto, schiacciato da un peso interiore, voglio uscire, fermarmi a farmi incantare dal mare, lasciarmi prendere nell’orizzonte, fluttuare, via. Si spengono i fuochi della notte, la carovana si mette in motto e ognuno col suo carro. Il silenzio ci accompagna fino ai letti, ancora nessuno sa dell’addio dello straniero, ma l’aria è pregna di sensazioni forti, le piccole manie di tutti prima di infilare le coperte prolungano l’agonia di questa giorno che non vuol morire, la lancetta muove i suoi passi appesa alla parete, rumorosa e pesante, come è il tempo quando, il tempo, è importante. Il giorno dopo ci vede uniti fin dalla colazione, la tristezza di ieri sciolta dal nuovo sole, lo straniero mi assicura, sta bene, oggi va meglio, è sereno, ancora ventiquattro ore e poi dovrà rispondere, forse è la notte che ha portato consiglio, comunque non mi intrometto, sono felice di vederlo sorridere, forse è la prima volta da quando mi ha raggiunto. Andiamo a zonzo, maciniamo paesi e chilometri, sempre affacciati al mare, scaldati in un abbraccio con il mondo intorno, qualche ora in compagnia, nel cullarsi dolce dell’amicizia, tra di noi, contenti, a tratti vagamente felici. Il biondo e Tina sempre in famiglia, con loro ci vediamo per la cena, festeggiamo, si cerca un ristorante. Quelli del posto sono loro due, sceglie lei, fisico da buona forchetta, lui, dissimula. Ci sediamo ai tavoli di un poco rassicurante bar-panineria-ristorante-pizzeria, non promette nulla di buono, ma la Tina insiste, dice che il pesce è freschissimo tanto che, sottobanco, servono illegalmente i datteri, raccoglierli è severamente proibito, un gioco che non vale la candela. Detto ciò, sul menù noto un inquietante asterisco accanto ai piatti ittici, prodotti surgelati, possibile? A due metri dal mare? Alla faccia del pesce fresco. L’unica cosa certa a questo punto, sono gli astici piazzati in bella mostra, quelli sono vivi, senza dubbio. Linguine e crostacei per tutti, prima, soutè di vongole “mutanti”, troppo grandi per essere vere, più cinque ricci a testa, una goduria, il mare dentro un cucchiaino. Lo straniero non apprezza particolarmente, memore di antiche tradizioni bovine. Tutto squisito, il primo addirittura fenomenale, mentre andiamo via ci viene svelato anche l’arcano dell’asterisco, serve a sviare possibili controlli, “sa, i datteri..” Giornata stupenda, rovinata sul finire, il biondo si attacca al telefono in febbrile attesa di sapere dove proseguire la serata, la meta è a cinquanta km da noi, ci aspettano tutti lì, carte false per non andare, ma guida lui, desisto dalla resistenza. Arrivati al centro del solito grigio accumulato di case cominciano le difficoltà, facciamo il giro del paese quattro volte, per strada neanche un’anima a cui chiedere, tutto deserto, morto, come abbandonato, se improvvisa ci attraversasse la strada un balla di fieno, non sarebbe stonata. Alla ricerca del locale-saloon, speriamo almeno in ballerine e pianoforte. All’ennesimo tentativo, risolve la roscia, un cartello imboscato e nascosto in mezzo ad altri dieci ci indica la giusta deviazione, una stradina insignificante e poi, alla fine, centinaia di nuovi adepti al neo-materialismo, tirati a lucido, tutti birra in mano e sigaretta, disordinatamente accumulati sotto due palme enormi che annunciano l’ingresso. Gomitate tirate qua e là per guadagnarci l’entrata, l’interno è decisamente grande, probabilmente ricavato da un ex- stabilimento di produzione. Soprelevato, tipo torretta militare, il dj dell’occasione suona per i pochi che preferiscono il tetto alla palme. I presunti amici del biondo siedono sul lato opposto, due coppie, una ufficiale, l’altra ufficiosa, atmosfera mesta, contagiosa. Passano venti minuti e decido di fare capolino all’esterno, del fiume di persone attraversato poco prima restano solo poche tracce, non sono neanche le due e già tutto si svuota, intanto i camerieri cominciano a ribaltare le sedie sui tavoli, è il segno che la “festa” è finita, tutti a casa. Almeno credevo, il biondo non ne ha abbastanza, vuole un posto dove fare colazione, il rito immancabile di ogni nottambulo che si rispetti. Proviamo, uno, due, tre tutto chiuso, ma ancora non si placa, forse non se ne rende conto, non siamo nella city, qui il fuori stagione equivale all’antica serrata. Chi la dura la vince, finalmente l’estenuante ricerca ripaga gli sforzi, è un incrocio tra un bar ed una tavola calda, mi avvicino al bancone e, a mezza altezza, dietro un bel cristallo, una cassa di polpi e bistecche, se volete favorire.. Riepilogo generale prima di abbandonarmi all’oblio, non faccio in tempo a finire, il letto mi cinge intorno e mi rapisce i sensi, quando mi rendo conto è già domani, tardi, esco col negro, al caffè aggiungiamo la spesa, per me e per il loro viaggio di ritorno, ancora qualche ora e saranno via. Rincasiamo e manca all’appello lo straniero, la roscia dice di averlo visto incamminarsi lungo la striscia d’asfalto che costeggia il mare. Nell’attesa, comincia la preparazione, le valigie appena svuotate si rigonfiano, si chiudono i letti, occhiate ispettive a non lasciarsi niente dietro, quella malinconia che veste ogni ritorno. Quando torna anche lui, ci fermiamo, seduti, ognuno in silenzio, dentro i pensieri propri, due parole per spezzare la tensione, note stonate suonate controvoglia, basta, non reggo, usciamo, una passeggiata. Passi lenti, sotto un cielo di una scenografia banale, cupo, come l’umore, come il vento freddo che ci colpisce dritto in faccia, sembra debba finire tutto, da un momento all’altro morire, davanti ai nostri occhi. Lascio che il negro e la roscia ci precedano di qualche metro, lui è accanto a me, dietro agli occhiali scuri, trovati per caso e troppo grandi, come le scarpe di papà che provi quando sei troppo piccolo, come il vestito riciclato di un parente. L’angoscia è tornata viva, potente, impossibile far finta di nulla, è il momento, deve telefonare adesso, lasciarsi tutti i dubbi alle spalle, gli errori. Spingere quel bottone è un po’ come una ghigliottina, speri si incastri e, comunque, in qualsiasi caso, in ogni modo, dopo, non sarà più lo stesso. Inizia l’ultima puntata, senza che tutti siano consapevoli del loro essere testimoni e spettatori, a un metro dal mare, mentre il ruggito si perde tra le rocce, mentre le nostre voci si sovrappongono e le raffiche si rincorrono sopra le teste, il suono di una lingua incomprensibile, dura, il tedesco. Non lo sapremo mai, non conosceremo le parole, i significati, eppure tutti abbiamo sentito, era una forma di comunicazione primordiale, persa nel tempo delle evoluzioni, della modernità, nessuno sapeva, ma, tutti, hanno capito, vibrazioni. Ha accettato, è andata così, ancora pochi giorni e poi, tutto sarà cambiato, diverso, irrimediabilmente compromesso, non posso dirlo e, neanche, posso più nasconderlo, cerco un aiuto, chiamo anche gli altri, lo dico e non li colgo di sorpresa, avevano capito. Ti lascio a loro, mentre torniamo sulle nostre orme, resto in disparte, non posso fare niente, non posso dire, i miei discorsi, oggi più di ieri, smuovono soltanto l’aria, sono soltanto un’eco, fanciullescamente attesa e persa dentro le curve di una conchiglia. Arriva il biondo, anche lui costretto alla stessa scelta, la stessa storia, la stessa pena, lo stesso volgere le spalle senza riuscire a togliere lo sguardo, finché rinunci o, ti si spezza il collo. Ora lo sanno tutti, anche lui aveva capito prima e adesso, vuole passare sotto casa, prima di salutarci, dice che deve prendere una cosa. Quando riappare in mano ha la maglietta della squadra del cuore, nella city da tre anni giochiamo a calcetto, ogni lunedì di ogni settimana e lui, sempre con quella maglietta. Ha deciso di regalarla allo straniero, è un regalo d’addio, quasi sicuramente non si rivedranno più. Prima la sorpresa, poi gli abbracci che spezzano la schiena, la commozione e il biondo che non è da lui: “Basta che sennò mi fai piangere”. E’ tardi, ognuno alla sua macchina e ognuno, con il suo carico di lacrime, con il dolore di un cuore strappato, nella solitaria attesa di domani. C’eravamo trovati, come sospinti da una forza, attraverso l’infinito numero del tutto. E abbiamo incrociato le nostre vite, come un destino, come se tutto fosse scritto e non, lasciato al caso. Ma anche se fosse e qualsiasi sia il motivo, so che incontrarvi è stato un dono grande, inaspettato e dolce e, chi l’ha interrotto, non avrà mai il perdono. Vi saluto e, vi vedo andar via, il biondo mi riporta a casa e parla del suo futuro. E’ stanco, triste, la city era il suo sogno e in fondo, quello che brucia, è la sconfitta, mi parla del padre, la madre, nati sotto due pietre accatastate in mezzo alla campagna e in mezzo a quella, le piante di tabacco da raccogliere, schiena piegata, tanto sudore pagato al prezzo di un poco al chilo, ricordi, sbiaditi, dall’infanzia. Tutto come in trance, un barlume di coscienza, davanti, lo schermo lucido e impietoso che annota i miei deliri, i miei sensi di colpa, credo di non riuscire a farcela, andare avanti con questo vuoto non è possibile. Vorrei scoppiare a piangere, ritrovare quell’atto liberatorio che tante volte ho vissuto da bambino. Sento lo sguardo fissare e perdersi nel vuoto, le braccia pesanti, nessun pensiero, lo smarrimento di non sapere cosa. E’ un momento così, in cui tutto mi sembra impossibile, da vivere, da accettare, la vita toglie e la vita dà, non è giusto, cazzo, non è giusto. Come farò a scrollarmi questo mantello di tristezza che mi avvolge e mi soffoca? Come farò a convincermi che se le cose vanno così non è anche per colpa mia? Non so se avrei potuto cambiare il destino, non so davvero, ma in questo non sapere c’è tutto quel che di me fa schifo, tutto quello che detesto, tutto quello che vorrei cambiare. Dovevo provare, tentare, impegnarmi, sudare, volere, lottare, rischiare finanche a morire. Partecipare alla vita e non, restare affacciato in finestra, in mutande, a guardare. Mentre gli altri fanno il mondo io, osservo e critico, pure! Come faro à guardarmi ancora in faccia domani? Forse sto esagerando, con ogni probabilità niente avrebbe potuto evitare che il biondo e lo straniero dovessero trovarsi qua, oggi, a mischiare vite, lacrime e paure. Niente, niente hanno potuto anche tutti gli altri che, oltre a me per questi addii si sentiranno un po’ più soli. Comunque io non lo so, io non ho fatto niente, braccia conserte e questa indecente noia da soddisfare. Vorrei abbracciarvi senza sentire il peso delle mie sconfitte, se avessi potuto, se avessi voluto, se fossi stato.. Forse per questo ho lasciato anche Te, la parte più bella della mia vita, sacrificata sull’altare della fobia del mettersi in gioco, del riconoscermi in qualcosa che non voglio, meglio di no, non specchiarmi, non vedere, non sapere. Ti amerò per sempre, per te ho imparato a scrivere, per te, per il tesoro che portavi e che mi hai regalato, per te, per un qualcosa che non so immaginare come è potuto essere, eppure è stato, per te, soltanto te.. Soltanto tu. Mi blocco, rileggo le parole, difficile riuscire a continuare, dovessi dire, chiuderei qui, l’ultimo capitolo. La fine è tutto, l’uscita di scena vale il resto intero, anche se il resto era stupendo, tutto finisce e poi, del resto, il resto, sta morendo. Stacco la spina, spengo tutto, oggi si chiude un’epoca, una storia, un libro, domani ancora non lo so, domani, se ci sarà corrente. Notte profonda, buio, assenza di colori e suoni e vita, come in un limbo, per ore, giorni, senza pensare a niente, senza rumori di coscienza, come in letargo, in attesa di tempi migliori.. Poi, la luce, si ricomincia, oggi riparto, non torno a casa, nella city, ritorno a scrivere, come d’incanto. Ormai sono passati quattro giorni, se bene o male non riesco ancora a valutarlo. Certo qualcosa si è rotto, in questo ultimo alternarsi di qualche sole e luna, non ho mai avuto la forza di scrivere una parola, quasi avessi paura, anche solo di pensarle. Non sono stato male, da quando gli altri sono partiti è esplosa, improvvisa, come dal nulla, l’estate. Il caldo soffocante sotto il sole, la pelle arsa, rigata dal sudore, i libri, lasciati fuori e incandescenti la mattina, il cinguettio incessante sulla cima d’ogni albero ed il mare, più caldo, più calmo, più mio. Mi sono trasferito sul tetto, tavolino di cartapesta, asciugamano e cuscino dove posare il capoccione, passo qui ogni ora di luce, unico diversivo, qualche tuffo sporadico dagli scogli. Mi sembra di vivere in un tempo piatto, tondo, senza profondità, ogni mattina che mi sveglio è ieri, manca soltanto la marmotta. Il secolo breve è passato, pagina più, pagina meno, mi aspettano altri argomenti, altri impegni, altre importanti riflessioni, ma la pace mi porta via. E’ fuori e al tempo stesso è dentro, un’invisibile campana, separa me dal mondo e da me stesso, il cuore dall’anima e dalle due, il cervello. Tutto meccanico, automatizzato, come il fissarsi delle stelle in cielo, come se il mondo non girasse ed io, fossi soltanto un altro uomo vissuto alla ricerca dell’interruttore. Un tasto, semplicemente questo, anche se può apparire strano, semplicemente un tasto da cui accendere la vita, spegnere i sensi e poi, decidere: “Giocarla, ancora, la partita?” Io, avevo chiuso le scommesse, era saltato in aria il banco, quando vi ho visto andare, sarei partito anch’io, ma, per seguirvi dove? Ognuno diverso, ognuno perso, ognuno sparso, tanto valeva stare e, dunque, stetti. Dicevo della ripetitività dei giorni, uno, due, tre, quattro poi, qualcosa che mi sveglia dal torpore. Pomeriggio, solito bruciare sopra il tetto, orizzontale, libro in mano, matita in bocca a mo’ di sigaretta, ogni sottolineatura come una boccata profonda. Il mio, è un movimento dettato dall’incedere della natura, ruoto al ruotare del sole, quando l’ombra mi tange mi faccio più in là. A rendere tutto sopportabile, un forte vento che smorza la presa del caldo e il muro alle spalle, ammorbidito col doppio cuscino mi offre un appoggio dolce e confortevole. Piccole pause in coda ai tre capitoli, alzo gli occhiali e lascio secondi di riposo agli occhi, al massaggio tenero del sole, dentro quel buio privo di oscurità, una luce, troppo forte da poter guardare. Così, sospeso, fra l’essere e questo stato di benessere, mentre fluttuavo, un tuono, un’esplosione, qualcosa in faccia, il risultato della deflagrazione. Mi guardo intorno senza capire cosa, poi, lo sguardo che si blocca alla mia sinistra. Giaceva lì, per terra, capovolto, a non più di qualche centimetro da me, un vaso lungo quasi un metro, con tanto di terra e pianta spiaccicata. Una folata improvvisa, più potente, violenta, l’aveva staccato dalla cima del muro e ribaltato giù, da quasi due metri di altezza. Come non fosse stato niente, mi alzo, salgo in piedi su una sedia e, ricolloco gli oltre dieci chili di natura al loro posto, assicurati dalla stretta d’uno striminzito fil di ferro. Sul versante opposto, fa capolino il vicino, lo delucido sull’accaduto e, per la prima volta, mi sfiorano, impossibili ancora da trattenere, le sensazioni sulle plausibili conseguenze che sarebbero potute essere. Ancora stordito dalla botta che non avevo preso, mi accingo di nuovo a studiare, d’ora in avanti si torna all’antico, seduto, tavolo di fronte e spalle, lontano dal perimetro. Sono già quattro i giorni passati e ancora non ho scambiato due parole con nessuno, ho persino ridotto all’osso le spese alimentari, tutta la mia socialità è esaurita in quel “caffè” bisbigliato tra le labbra la mattina. Ho scelto anche di parificare i pasti, grissini e scatoletta di tonno pranzo e cena, ho bisogno di una piccola novità, sentire qualcuno, una voce amica. Chiamo il negro e lo straniero, da quando ci siamo salutati, zero, non mi ero neanche informato su come fosse andato il viaggio. Il negro mi dice essere ripiombato nel suo tran tran quotidiano: lavoro, lavoro, lavoro, due chiacchiere la sera con gli amici e ancora, lavoro, lavoro, lavoro, anche il sabato, facoltativo ma obbligatorio, la mannaia del precariato. Anche nella city le temperature, mi assicura, si sono fatte africane, ma l’asfalto, non so perché, rende tutto meno poetico, l‘unico clima permesso, o promesso, è quello costruito dal condizionatore, artificiale negazione del naturale scorrere delle stagioni. Passo allo straniero, il tono è triste, tremante, mi racconta di essere capitato, per caso, al quindicennale del nostro pub, quello storico, quello dove ho lasciato la maggior parte delle mie uscite da dieci anni a questa parte, il “Pig”. Lì, la musica è perlopiù soffice, mai urlata, tanto che, spesso, nel corso dei miei infiniti dibattiti col prossimo, le mie arringhe ad alta voce ne coprono le note. Ad arredare le due pareti disegnate, qualche tavolo di legno e un po’ di paglia dove posare il culo, sempre quelle, le stesse, da anni, dall’inizio, forse è così che gli oggetti prendono vita, caricandosi nel tempo delle energie che poco a poco gli lasciamo dentro, io, e gli altri. Attori semi-sconosciuti, immigrati col carico di cianfrusaglie, sedicenti artisti, maghi improvvisati, rivoluzionari, nonfancazzisti, ubriaconi, belle donne, vecchi marxisti, universitari dalla canna facile, intellettuali, nullatenenti, militari, borghesi, buddisti, tre figli dei fiori, due amici ed un manipolo di arrugginite femministe. In mezzo a tutti, a tutto, aria di Sud-America, di Africa, d’Oriente, di quella sinistra artigianale, globale e al tempo stesso provinciale, delle cose fatte per restare, resistere e, in caso, da aggiustarsi alla buona. Quella sera, come in un doveroso saluto d’addio allo straniero che andava, s’erano uniti tutti e, in quell’intreccio filamentoso di destini, lui si struggeva, come un baco avvolto nel suo bozzolo di seta eppure, costretto ad abbandonarlo. Lo sentivo parlare e vedevo, in testa, la scena, centinaia di persone, stracolmo, lo strasbordare lungo il marciapiede, fino alla strada, la gente allegra, euforica, ubriaca, tutti cresciuti agli stessi tavoli, mille storie, e facce, viste chissà quante volte almeno e mai, sul serio conosciute. Sembra sia stato tutto un segno, per lui, l’ennesima sorpresa regalata dalla city, senza saperlo si è trovato là, come in un vortice, in una girandola impazzita di emozioni che colora il mondo, senza sapere mai la meta e andando sempre più veloce verso un centro sconosciuto. C’è a chi piace viverci nell’occhio del ciclone, allo straniero tutto questo affascinava, lo eccitava terribilmente, a me non più e il “Pig”, quindicennale a parte, era una via di mezzo, il compromesso eterno che mi porto appresso. Ancora non riesco ad abituarmi agli scherzi che mi fa il cervello, com’è possibile che tutta questa vita, interrotta precipitosamente da questa fuga, non mi manchi, non ne provi nostalgia, anzi, quasi non fosse realmente mia, la senta distante, patetica? Basta così poco a buttarsi tutto indietro, a dimenticare, a smettere, cambiare vita e poi, ricominciare? La solita voglia di correre, bruciare le tappe, mettere il carro davanti ai buoi ed affrettare le conclusioni. Sicuramente il solo fatto di sapere di dover tornare, presto o tardi, falsa le prospettive, un po’ come il confronto tra la moglie e l’amante, impossibile. Arzigogoli cerebrali a parte, le telefonate della giornata furono riempite anche dalle varie coloratissime versioni che propinavo a ognuno riguardo lo scampato pericolo, “Qualche centimetro in più e..”. A furia di ripetere e ripetere la medesima litania, devo essermi auto-suggestionato al punto da sentire, sottile, una certa ebbrezza, una qualche piccola felicità che mi irradiava il fisico ed acquietava, l’ansia accumulata in questi giorni di silenzio-assenso. Torno in bicocca sereno, finalmente scrivo, mi sembra un secolo. E’ già venerdì, quasi un’altra settimana passata. Quella sgradevole sensazione di solitudine è dissolta, domani il biondo tornerà di nuovo caricandosi oltre 300 km tra andata e ritorno nel volgere di poco più di 24 ore. Non c’è che dire, un bel week-end di relax. Con lui, quasi un indispensabile bagaglio, le mie eterne contraddizioni: sono solo e vorrei qualcuno, qualcuno arriva e già, vorrei tornare solo. E’ un’inquietudine che mi accompagna, una perenne insoddisfazione verso tutto, una critica a priori, come una sorta di disfattismo cosmico. Qualcosa pensavo fosse cambiata con il ritorno dalla mia amata India e qualcosa, forse, era cambiata davvero, eppure pochi mesi di vita nella city stavano spegnendo tutto. Partire credo sia stato anche opporsi all’apparente ineluttabilità di questo perdersi ancora, come se l’amuleto si fosse scaricato troppo in fretta ed io fossi tornato solo ad affrontare il mondo. Non sapevo bene cosa o dove andare per riacquistare forza, forse è il destino che mi ha guidato qui, lontano, a due passi da un mare di selvaggia bellezza e sotto un cielo così carico ed intenso da pesarmi addosso. O forse è stato come annusare nell’aria il profumo e seguirlo, crederci senza vedere prima, oltre le dune l‘oasi e un’acqua che non è più miraggio. La corsa della mattina ha un incedere leggero, quasi non mi affatica, quasi fosse fatta per non finire. Il vento non risparmia di sottolineare la sua presenza e, anticipati da giorni di caldo estivo, i pollini riempiono l’aria e i polmoni. L’effetto benefico del mare mi scioglie dalla schiavitù dell’allergia che mi perseguita da anni, ritorno a sentirmi parte di una natura che non mi respinge, che non soffro e che, finalmente, regola gli equilibri del mio corpo. Seguono ore piacevoli, di calma, di sole e sudore, di studio, di sogni letti dentro un libro, di voglia di lasciarsi andare al vento, in un dispiegarsi d’ali. Un tempo per dimenticarsi il tempo fatto di lancette e giri di orologi, per respirare al ritmo dettato dalle onde e vivere, così, come in un’armonia da fiaba. Finisco sorseggiando aperitivi in faccia all’orizzonte finché la notte non confonde tutto e il mondo, rannicchiato su se stesso, dorme e sembra farsi più piccino. Il giorno che nasce dopo qualche ora è un arcobaleno di colori dolci che accarezzano il cuore, l’aria è limpida e trasparente al punto da lasciare nitido, negli occhi, il profilo delle montagne dopo il mare. La sensazione strana degli opposti che si incontrano, uno specchio d’acqua infuocato sotto le cime ancora bianche dall’inverno, il sole che gioca in cielo con la luna del mattino, il chiacchiericcio assordante del mondo, discorsi fitti, fatti, mentre non c’è nessuno. Decido di prendermi mezza giornata, abbandono programmi e tabelle e mi lascio portare. Chilometri che scorrono indefiniti a bordo del vecchio, fidato, macinino. File di ulivi in confini di pietre, distese di grano ingiallito, i papaveri, decine di enormi macchie rosse come rubini incastonati nei campi d’oro. Di tanto in tanto, lungo la strada, sulle sporgenze di roccia a strapiombo sul mare, una torre diroccata da cui scrutare l’orizzonte, il ricordo del pericolo turco, un’istantanea dal passato, come poggiato sulle ali di una macchina del tempo.
Seguo la costa, un saliscendi che apre panorami sempre diversi, ogni angolo dove fermarsi è un punto di vista nuovo, un gioco di ombre orchestrato dal sole. Arrivo in fondo, mi siedo accanto al faro che domina dall’alto e resto lì, immobile a guardare sotto il mondo muoversi. E’ il punto estremo della penisola, l’incontro di due mari, l’ultimo lembo di terra da cui poter guardare avanti. Sembra un paradosso eppure è così, continuare sarebbe solo un tornare indietro, ho finito la strada, devo fermarmi. Lascio i compiti di vedetta al gruppo di bimbi in gita scolastica che nel frattempo mi ha accerchiato, scendo verso il porto del paese, scatta l’operazione aperitivo. Lascio la fidata quattro ruote e parto alla ricerca del tavolo. Mi fermo dentro un chiosco adiacente il lungomare, consueto campari e gin, e computer dove imprimere quattro idee volanti. Intanto il sole scende, rapido, verso l’orizzonte, disegnando in cielo stravaganti accostamenti di colori tenui, caldi. Striature di rosa e di arancio in un gioco di distanze variabili, il mare calmo a non più di qualche passo ed una luna trasparente, alta, da sogno. Non ho bisogno d’altro, è come sentirsi strappato alla logica della vita e dato, inaspettatamente regalato, all’irrazionalità dell’essere. Un essere fermo, senza futuro, senza ulteriori scopi, come una pietra inutile, eppure a quel paesaggio, indispensabile. Uno strano stato di leggerissima meditazione, finalmente capisco, è come trovare la risposta nella negazione stessa di tutto quello che per noi è la vita oggi, la vita intesa come azione. Già, azione, agire, perché la vita, oggi, è questo. E’ fare, disfare e rifare, senza dubbi, pause, esitazioni, fino a che non manca il fiato, fino al punto che, chi si ferma è perduto. Flebili riminiscenze scolastiche, la filosofia, i greci, le basi della nostra cultura, il vecchio Cartesio, ma non era lui che diceva: ”Cogito, ergo sum”? La certezza di esistere, sia pure come essere dubitante. Proprio così, dubitante, perché il motore stesso del pensare è il dubbio ed è nel dubbio, quindi, che risiede il nostro stesso essere. Ma il dubitare impiccia il movimento, la corsa si rallenta ed il traguardo è fermo eppure, sempre più lontano. Nel ciclismo, la sofferenza è tutto e nella vita, il dubbio è la più atroce sofferenza. Nel ciclismo, è la scalata che emoziona, la sfida vera, la vita intera in piedi sui pedali e sulla faccia la fatica di ogni metro. Al limite può attrarre la discesa, con le sue curve strette e quelle traiettorie, diaboliche, da interpretare. La pianura no, quella è fatta per chi gioca coi soldi altrui, per chi non rischia, per chi non soffre e non dubita, se non per un istante. Per chi, pur di esserci, c’è solo per farsi vedere, per arrivare prima di un altro sfruttando il lavoro di un altro, per una questione di centimetri, per vincere, comunque, qualcosa. Tutto questo non mi piace, ma nonostante tutto è sport e sono pronto ad accettarlo. Non accetto invece il doping, il non pensare, il non voler soffrire mai, il “positivismo” a tutti i costi, il dover stare bene sempre, per forza, dovunque. Le pressioni, i progetti, il futuro, i soldi, i figli, il non poter fallire, il secondo che non se lo ricorda mai nessuno, quegli sguardi: l’ansia da prestazione. E dire che prima della mia crisi con Te non l’avevo mai sofferta.. ma non si parlava di ciclismo? Comunque, io non ce la voglio avere l’ansia, la gara è con me stesso, i tempi, i premi e soprattutto le prestazioni, le lascio alla disperazione di chi vive i marciapiedi. Io non vendo, non voglio soldi, al massimo regalo qualche dubbio, io sono “figlio di papà”, campo di rendita e faccio la morale. Fino adesso è andata così, le biciclette mi piaceva guardarle da lontano e commentarne le peripezie. Ora però il sellino me lo sento duro sotto il culo e devo andare io, ora si tratta di pedalare. Ora è il momento di dimostrare che tutti gli anni spesi a pensare non sono stati inutili, ora devo e posso agire, ora sono tranquillo, sono sicuro che farò la cosa giusta, anche sbagliando. Intanto le stelle disegnano il cielo prima che i lampioni facciano su queste coste i consueti giochi di tutte le notti. Il biondo arriva mentre l’ultimo tratto d’azzurro diventa nero, meglio così, il buio, quell’espressione di malinconia sembra nasconderla. Mi aggiorna sulle ultime novità dal fronte lavoro, niente di buono. L’inserimento procede lento, i colleghi superano tutti la cinquantina e non sembrano propensi alla socializzazione. A casa la solitudine colpisce duro, gli anni trascorsi nella city, con il suo vivere gomito a gomito con tutto, sono ancora troppo vicini. Affoghiamo questi suoi sottili dispiaceri dentro un bicchiere e dentro il mare che diventa cupo, ci perdiamo un poco dentro il panorama che diventa fisso e, quando si riparte è come camminare nella notte sopra il ponte di una nave, la scoperta di mondi nuovi. Quattro passi sul lungomare, io, il biondo, due coppiette in tenera età e altre due, appena più grandi, con passeggino a carico. L’assenza prolungata di rumori riesce ancora a cogliermi impreparato, ormai dovrei esserci abituato e invece devo arrendermi all’evidenza, l’eco di una vita metropolitana che ancora rimbomba. Intanto arrivano i morsi della fame, pensavamo di resistere fino a qualche ristorante di conoscenza del biondo a diversi paesi di distanza e invece, No. Sarà il destino o, come mi dicono in tanti, l’innata capacità di attrarre squilibrati in ogni angolo del globo, non lo so, sta di fatto che decidiamo di optare per una graziosa baracca depositata sopra una accenno di battigia, la tana de “Il lupo di mare”. Il “lupo”, barba e capelli bianchi, oltre la sessantina, faccia austera e sguardo disinteressato, se ne sta seduto a uno dei tavoli intento a seguire le avvincenti avventure del Walker Texas Ranger. Agli altri due tavoli stanno sedute mamma e figlia, il resto di quella che sembra una non proprio allegra, classica, famigliola. Il menù si presenta subito caratteristico, una scelta per il primo, una per il secondo e via via così. Il retro è occupato interamente da quello che dovrebbe essere un ritaglio di giornale. E’ la storia di un pescatore che, sprezzante del pericolo, con un gesto eroico aveva tratto in salvo un’imbarcazione battente bandiera francese, rimasta pericolosamente incagliata sugli scogli. Il protagonista dell’impresa era ovviamente lui, il “lupo”. Con il biondo ci guardiamo e non riusciamo a trattenerci, tra una risata e l’altra diventa difficile anche ordinare, fortunatamente ci aiuta la ristrettezza delle scelte possibili. E’ sabato sera e siamo gli unici avventori del locale, per giunta sconosciuti, è un po’ come essere l’attrazione di un circo senza pubblico. Come al solito mi sbaglio, nel senso che il pubblico, seppur scarso, c’è e decide anche di farsi sentire. A farsi avanti è la figlia, o presunta tale, una ragazza sulla ventina, magra come un chiodo e senza una curva al posto giusto, incluso il naso. In piedi, da lontano, con la testa chiusa dentro una cascata di capelli dritti, lisci, tinti di quel biondo opaco misto a nero, mi ricorda pari pari una candela, fiammella accesa e smossa dall’alito più lieve. Si avvicina e, senza dire una parola, mi passa un foglio. Una decina di righe e quattro parole messe in rima, male, senza particolare voglia, come di oggetti accatastati alla rinfusa. Nonostante questo, il gesto mi fulmina, lo trovo incredibilmente seducente, l’ho fatto tante volte, scrivere e sperare di trasmettere un’emozione, fantastico. Qual è la coincidenza che mi ha condotto qui? In questa sorta di euforia le chiedo penna e carta e scrivo anch’io le mie battute, a dire la verità non troppo riuscite e, comunque, mi diverto sotto lo sguardo incredulo del biondo. Il piatto di pasta fumante è una piacevole interruzione ai voli della mente e prima di passare oltre decido di attaccare bottone con il “lupo”. Apro diretto, senza fronzoli e gli chiedo spiegazioni riguardo quella bandiera arrotolata in un angolo della baracca, l’avevo notata solo pochi minuti prima e quasi ero caracollato per terra, bianca, verde e rossa, simbolo degli azzurri, la bandiera di Forza Italia. Ride furbescamente e mi chiede se sono comunista, poi mi delucida sul suo percorso politico. Aveva sessantacinque anni, buona parte dei quali spesa a votare D.C. per difendere il paese dal pericolo rosso, per non parlare poi dei bambini, tradizionalmente considerati cibo prelibato da ogni buon comunista. Dopo vent’anni spesi al fianco dello scudo crociato, la battaglia ideologica si era spostata sul piano economico, da bere, come Milano. La meteora socialista con tutti i lustrini del caso, la maggioranza dei quali appesi ai lampadari nella casa del partito. La palla infuocata ha consumato se stessa, ma lui non ha voluto cedere, e ha scelto di cavalcarne i colpi di coda nella speranza che uno dei mille condoni arrivi fin qui, a sanare la sua baracca abusiva e le sue speranze di vecchiaia serena. Gli chiedo un’opinione sull’elezione che ha portato un comunista con l’orecchino al governo della regione, il fatto della dichiarata omosessualità del candidato non sembra turbarlo: “Per carità, nulla in contrario, sai quante volte anche noi da ragazzini abbiamo giocato ad incularella tra di noi, ma andarlo a dire in giro, ai quattro venti..” Il biondo sgrana gli occhi come di fronte a un alieno e anche io fatico a trattenere risate e stupore: “Meglio frocio, che comunista”. La dissertazione politica si chiude così, finora è stata una chiacchierata piacevole e divertente, ma temo che un eventuale approfondimento potrebbe cambiare le carte in tavola e non mi sembra il caso. Non è dello stesso avviso il vecchio lupo, che insiste nel voler dimostrare la sua correttezza morale. Ci presenta Dollaro, l’arcigno quadrupede che tiene legato dietro il bancone. Il cane si presenta mostrandoci cattivo la dentatura, mentre il padrone già gli si piazza dritto, in fronte, con un bell’osso nella mano e la voce forte a scandire tabelline: “Tre per tre, dollaro, tre per tre, quanto fa tre per tre”? Per tutta risposta, un abbaiare confuso verso quell’osso agitato a distanza ed il latrato soffocato dalla voglia di addentarlo. Stavolta dollaro non sembra in serata, il “lupo” rinuncia alla scenetta, ma ci assicura che il gioco funziona davvero, è stato anche in tv, Scommettiamo che.. Se non fosse stato per quei due infamoni, a Striscia, che millantavano una presunta frode legata proprio ai movimenti di quell‘osso nella mano, forse, adesso.. Ma non importa, nonostante questo, la sua fede nel partito non si discute, l’onestà, innanzi tutto, aspettando il condono. Gli strappo invece la promessa di uno scambio al vertice, il Tricolore vero per quel suo straccetto colorato, scatta l’operazione “Mens sana”. Arriva il caffè, la cena è giunta al termine, prima di pagare il dovuto e salutare questi novelli Addams, cinque minuti di pausa solitaria dedicata al vizio del fumo. Esco e lascio il computer sul tavolo alla mercè degli altri, sembrano tutti interessati alle parole scritte in questo mese, anche il biondo, che aiuta la donna-candela a salvare il commento della serata: “Grazie, bello di avervi conosciuti, in questo piccolo mondo (bar lupo di mare)… E riguardo a te sei una bellissima persona; sono rimasta veramente colpita dalla tua lunga storia, e lo sai; tu un giorno potresti scrivere un libro, e se l’ ho farai ricordati di tenere un libro per me.. Spero che tornerete qui perché e un posto bellissimo, e solo le persone come voi possono venire.. Bacioni A presto..
In una storia c’è sempre stato qualcosa
che non funziona, oppure che non va
Per il meglio.. Ma ricordati che se aprirai
Quel cassetto, di sicuro non troverai me;
Però conquisterai la tua anima gemella,
Che ti saprà amare e volerti bene,
Come nessuno non avrà mai fatto
In vita sua..!
E dove troverai speranza,
Troverai l’amore vero quello che non
Hai mai visto in vita tua..!!!”
Chiudo la giornata rileggendo il saluto un paio di volte, mi convinco che non è italiana, il vecchio lupo deve aver colpito a largo, oltre il confine del mare. Prima di perdere i sensi mi solletica il pensiero di domani, nonostante le centinaia di chilometri che mi separano dalla city ho deciso di sacrificare le prossime ventiquattro ore ad una delle attività più soddisfacenti della vita di borgata, la domenica del pallone. Quando rimetto in moto i muscoli è già tardi, ho giusto il tempo di assaporare caldo l’immancabile caffè che il biondo mi richiama all‘ordine, sono già tutti a tavola, in attesa, pranzo famigliare pre-partita, devo dare in fretta, la pasta scuoce. Tutto si svolge con rapidità, venti minuti scarsi e siamo fuori, quaranta chilometri da coprire nel minor tempo possibile e poi, lo stadio. I biglietti li ho acquistati in settimana, tre euro l’uno, prezzi popolari, l’incontro è di quelli decisivi, la little town si gioca buona parte delle speranze di restare in serie A e anche per me è un appuntamento importante. La sfida rappresenta ai miei occhi una sorta di derby, gli avversari sono, sportivamente parlando, s‘intende, gli odiati cugini della city. Quando entriamo il colpo d’occhio è entusiasmante, due colori soli riempiono lo spazio attorno, migliaia di piccole macchie sparse a disegnare improbabili traiettorie che cambiano al ritmo di canti tribali. Dalla panchina dirige le operazioni Mr. Zorro, più ci penso e più il soprannome lo trovo calzante, è uno dei motivi che ancora mi spinge a sognare un futuro nell’informazione, la possibilità di dare voce a chi qualcosa ancora vuole e ha da dire, di poterne raccontare il segno. Intanto vi racconto la partita, un’altalena di emozioni. In vantaggio e il pareggio, immediato, ma non ci fermiamo, a segno di nuovo, la festa, i cori, i colori, gli abbracci, tutto sembra girare a dovere, arriva anche un espulso, i cugini finiscono in dieci e già pregusto il tracollo. Qualcosa invece si spezza, l’incantesimo è rotto e tornano sotto, due folate improvvise, l’accosto e il sorpasso. Un incubo, il biondo accanto a me è cianotico, per lui lo spettro della B, per me un altro derby perso dopo quello dell’andata, non posso reggere, non può finire così, non c’era Zorro? Bisogna avere fiducia, alla fine i buoni vincono sempre e poi, gli eroi non tradiscono. Un calcio d’angolo e un’incornata potente sbloccano la sicura nella testa dell‘undici di casa, quello che resta degli odiati rivali al fischio finale è polvere che il vento catapulta negli spogliatoi. Vivo, e finalmente ne capisco il senso, nel trionfo della banalità, un 5 a 3 che non ammette repliche, banale gergo calcistico, lo so, ma che goduria. Si torna a casa contenti, io verso la mia bicocca in riva al mare e il biondo, verso il suo appartamento pieno di spazio e di solitudine. La nuova settimana è alle porte ed io vorrei poterle non aprire. Prima ancora che sarà finita, sarò tornato, la city mi aspetta. Per una volta ancora mi si affollano i pensieri nel cervello, come un ingorgo quotidiano da metropoli dal quale non riesco a uscire. Mi chiedo se ad aspettarmi troverò del nuovo o se alla fine, nulla avrà cambiato posto. E se poi il posto dove cercare il nuovo non fosse quello? Se fosse un altro? Se fosse dentro? Se fossi io? Io, sono cambiato? Rispondere sarebbe stata dura, un’impresa ardua, scavare negli strati dell’incoscienza per arrivare al nocciolo, all’anima, fino a guardarsi in fondo agli occhi e lì, specchiarsi nudo. Mi salva il sonno, in un abbraccio dolce che mi toglie il fiato ed interrompe l’arrovellarsi torbido della mie paure, lo sprofondare fisico delle mie idee nel materasso, come l’incrocio con lo sguardo di Medusa, divento pietra. Quando Perseo mozza la testa alla Gorgone ridando vita a quel me statua è già mattina, il nuovo giorno che marchia l’inizio della settimana, un altro lunedì, un altro sole, un altro mare, un altro me, un altro foglio ancora bianco da colorare. Le domande della sera prima sono ricordi fragili, come di quelle cose senza importanza che vivono lo spazio di un momento, passato quello si disperdono, stormi di rondini a passeggio per il cielo che con il caldo ritornano nei nidi. Basta, per oggi non voglio più pensare, lascio da parte tutte le incertezze, le depressioni, le solitudini, vere o presunte. E’ una corsa a perdifiato, senza fermarsi, aumento il ritmo, il passo, lascio la rabbia al mare, al vento, a tutte le onde sbattute in faccia a questa costa, il cuore che mi esplode in gola, le braccia scoordinate, mentre le gambe si fanno dure eppure, non accennano la resa. Mi ritrovo senza rendermene conto ad ansimare stremato davanti la porta di casa, striscio fino la doccia e poso il corpo vuoto sotto il getto d’acqua bollente, ogni goccia è una sacca leggera che esplode al contatto e rilascia colonne di fumo, denso, che trasforma l’aria e sembra di fluttuare, come in assenza di gravità. Non concedo ancora molto al mio personalissimo sbarco sulla luna, dopo poco sono fuori e la sensazione di ritornare a terra è fantastica, quasi una liberazione, i polmoni ritrovano ossigeno da irradiare al corpo intero, i vapori che opprimevano l’aria nell’aria stessa si dissolvono, è stato come svuotarsi e rinascere, il riaccordare un piano stonato e sedersi a suonare, un vecchio jazz, un seguirsi di note che ancora non sanno e non sai, cogliere il ritmo della vita, prendo la penna e traccio il mio futuro. E’ stato come un raptus, quando rialzo gli occhi dallo schermo il sole ha già infiammato il tetto, decido di concedermi al dovere, per pranzo libri, arance e il caldo sciogliersi di queste ore. Incasso qualche pagina distratta dietro la vita di qualche oscuro dittatore, intervallata da travolgenti e brillanti spunti di banalità forbita di più o meno noti guru dell’informazione. Dio, che stravolgente infrangersi di palle! Quasi cinque ore di vita consegnate ai portafogli di quegli avidi mercanti di cultura, dovrebbero proibire per legge alle università di adottare testi pubblicati dai loro stessi professori, ladri! Detto ciò, e considerato assolto l’impegno studio, seppur nei minimi termini, faccio scattare senza remore: “The aperitivo time”. Due minuti scarsi davanti allo specchio per presentarsi in tiro agli occhi di una possibile conquista, non c’è che dire, mi piaccio, devo stare solo attento a quel bubbone che mi spunta dal lobo sinistro, e a non ridere mostrando impunemente le gengive da cavallo, e a non passarmi le mani nei capelli ad accentuare la sfumatura alta, ci rinuncio, speriamo porti gli occhiali. Ormai consueto saliscendi lungo le curve di questa terra, mi sorpassa un sessantenne in bicicletta, tenuta professionale e caschetto d’ordinanza, lo lascio andare e quasi lo invidio, quasi, perché da quando siamo qui anche il fidato macinino sembra diverso, rinato, tornato umano, vivo, amico. E insieme passeggiamo lenti lungo il mare, persi dentro silenzi che senti non esser sordi, due vecchi amici che non parlano, come se già conoscano e, in quel silenzio, si riconoscono. Scorro i paesaggi, come dall’alto di una giostra in cui ogni giro è unico, già fatto, eppure, sai, sarà diverso, nuovo e, irripetibile. Mi fermo, il chiosco è piccolo, di legno, quattro tavoli appoggiati su un muretto e sotto, a qualche decina di metri, il mare. Mi siedo e aspetto immobile, sguardo fisso all’orizzonte e il tempo come congelato. Mi sveglia lei, timida, gli occhi dolci e un po’ spaesati, quasi temesse di disturbare. Ne vedo l’ombra e basta ad attirare l’attenzione, quando la fisso bene nello sguardo vedo il sorriso che le muove il volto e mi coinvolge al punto che, sorrido anch’io, di un ridere dolcissimo ed ingiustificato, come del bimbo che è felice di quel semplicemente essere o sentirsi amato. Così, piombato in questo stato di beata incoscienza, mi sono sorpreso a guardarti. Ed ho sentito il sangue avvamparmi il viso. E non sapevo cosa dire. E non ho detto niente. Ti ho chiesto da bere e da scrivere ed ho aspettato che facesse buio e che mi lasciasti lì, poi, quando ti ho visto andare via, finalmente, mi sono alzato. Ho incastrato due righe incastrate in un foglio nella serranda del tuo chiosco, forse domani le leggerai e spero, che almeno per quel poco vivrò nei tuoi pensieri. La giornata è finita, rientro in macchina mentre la luna già mi guarda circondata da una combriccola di stelle strette tutte intorno. Una notte materna che si china tiepida, sopra di me e mi bacia, amorevole, la fronte. Il resto è solo il sogno rincorso da anni, ancora non dormo e già ci sono dentro, rapito da un soffice soffio di vita sulla strada di casa, volo via, seduto su un tappeto d’acciaio, sulle ali del vento. Uno spicchio di fiaba che scelgo di chiudere naso all’insù, sul tetto di casa, bicchiere di vino e la luce bianca di un universo che sbrilluccica nel cielo. Mi lascio andare, lascio che il corpo stia mentre la mente spazia oltre i confini. Mi lascio prendere dal tempo e mi ci perdo dentro come un bambino coi suoi giochi, distratto da una felicità infantile che non svanisce fino a quando i colori soffici dell’alba si accavallano per richiamarmi all’ordine. Di nuovo giorno, un nuovo giorno per godermi ancora qualche scampolo di questa vita solo mia, un nuovo giorno da consegnare a queste pagine, un nuovo giorno da inventare, un nuovo giorno per amare, per odiarti, per sperare, o per nuotare in questo mare gelido d’aprile. Mentre mi alzo le ossa indolenzite scricchiolano come gusci d’arachidi, l’età comincia a farsi sentire e il contatto con la soffice consistenza del materasso è un orgasmo difficile a dirsi a parole. Sprofondo, qualche ora di silenzio fuori e dentro alla mercè di un tempo indefinito, fino a che il sole non infiamma l’aria e il caldo mi ricaccia verso il mare. Voglio una spiaggia, la sabbia fina che mi si appiccica sul corpo, voglio scandire ogni granello tra le dita e abbandonarmi alla carezza ritmica di quei riflussi d’onda, sulla riva. Una fuga nella fuga, via, da questi sassi aguzzi, dal terrazzo, dalla corsa mattutina, dallo studio sezionato in pagine, dalla ripetitività di un vivere che si esaurisce nel ripetere, niente sorprese, soltanto la paura soffocata nella limitazione delle attese. Cambio, chiusa l’immancabile parentesi metafisica raggiungo l’accavallarsi sognato delle dune e consacro il pomeriggio al primo bagno stagionale, intorno, adolescenti sparsi e qualche piccolo novello maradona. Il ritorno è una sorta di moviola ininterrotta, mi concedo una pausa panoramica lungo una delle tante insenature che costellano la strada e ne approfitto per tentare un insperato collegamento alla casella postale. Spero già di aver fatto il colpaccio quando squilla il telefono ed è come svegliarsi, d’improvviso, la notte. Il tuo nome illuminato sul display, prendo il telefono e quasi mi trema la mano, rispondo, sei tu. Quello che resta della giornata è solo qualche operazione automatica che compio prima di riconquistare il letto, non penso a niente, penso a te. La notte è un oblio che ingoia tutto, il tuo ricordo, i dubbi, la malinconia, la noia, la tua voce e quell’inquietudine, la malattia di un’anima mai soddisfatta. Quando rimetto piede fuori mi sento bene, libero, leggero, l’aria umida di queste prime ore mi si incolla in faccia, respiro a pieni polmoni e corro via veloce. Solito percorso, scalini, curve, falsipiani, salite da perderci il fiato e una discesa lunga, appena accennata, fino allo spiazzo che apre lo sguardo sulla costa, tutta e, ti blocca lì, come un bambino a cui hanno rubato il naso. Torno indietro, riprendo il ritmo, percorso inverso condito da qualche esercizio aerobico stile olio cuore, in lontananza la sagoma di un pescatore intento nei preparativi, la scelta oculata di ami, esche e pasture. Lo fisso invidioso della giornata che lo aspetta, della pace che troverà seduto sul suo scoglio, immobile, in silenzio, da solo. Anche io non passo inosservato, lui mi squadra, curioso, mi studia, mentre spicco il salto quotidiano della catenella e, mi accartoccio a terra, come una pera cotta spiaccicata al suolo. Si avvicina e in un sorriso che gli circonda il volto intero mi chiede se mi sono fatto male, “No, grazie, tutto a posto”, mentre mi allunga una mano e mi solleva; non c’è che dire, mi faccio sempre riconoscere. Torno a casa ridendo di me stesso, della goffaggine connaturata che mi distingue, del mio essere agile come un bufalo e leggiadro come un elefante, sarà che ho le ossa pesanti.. Sbrigo qualche rapida faccenda domestica e mi piazzo in testa alla bicocca, alterno studio a riflessioni sparse, godo ogni istante e mi concedo uno spunto di trasgressione lasciandomi abbrustolire al sole così come mamma mi ha fatto, sono nudo e, mi vergogno anche se non c’è nessuno, non è roba per me. Trascorre in questo quieto vivere un altro pomeriggio, uno degli ultimi, il tempo stringe e decido di tentare la sortita dal vecchio “lupo”. Purtroppo non ho il tricolore promesso, ma la speranza è di riuscire a strappargli l’odiata bandiera in cambio di qualcos’altro, qualcosa che magari coinvolga la figlia-candela, in fondo, la scorsa volta, ho avuto la sensazione avesse un debole per il sottoscritto, o forse mi appresto solo a consumare l’ennesima, evitabile, gaffe. Sia quel che sia, ormai una in più una in meno non fa differenza. Mi lancio a cavallo del fidato destriero metallico, una sgroppata veloce che in venti minuti mi porta a meta, varco la soglia del bar e vengo colto dal consueto dejà vu, solo che stavolta non è una sensazione. L’impatto, appena metto piede dentro, è folgorante, se non fosse per l’assenza del biondo giurerei di essere appena rientrato dalla pausa sigaretta. Tutto sembra essere rimasto immobile, tavole apparecchiate, quadri, l’aria e il mare stesso appena oltre la baracca. Anche il vecchio lupo di mare, con moglie e figlia in seconda fila, illuminato dal riverbero del televisore perennemente acceso è come una fotografia, l’immagine fissata di un momento. Entro e già respiro aria di errore, non che mi aspettassi festeggiamenti o chissà cosa, ma l’atmosfera di silenzioso imbarazzo che mi accompagna al tavolo proprio non riesco a spiegarmela. Si avvicina la moglie per l’ordinazione, tutto come da copione, un primo, lo stesso della volta scorsa, in alternativa un secondo, lo stesso della volta scorsa. Nell’attesa di verificare se anche il pesce è lo stesso pesce della volta scorsa, decido di far scattare l’operazione “Mens sana”, ma mi scontro subito con la dura legge dell’audience. Il vecchio lupo è letteralmente rapito dalla programmazione culturale del quarto canale, quello che, per ordine della Corte Costituzionale, avrebbe dovuto cessare le trasmissioni in data 30/12/04, ma tant’è.. Aspetto diligente l’avvento della pubblicità e mi rifaccio sotto, quando mi sente accennare al temuto scambio promesso pochi giorni fa, lo vedo contorcersi nervoso, lo sguardo sfuggente che non mi incrocia mai vola lontano, mentre l’attenzione sembra tornare allo schermo alla mie spalle. Lo sto perdendo di nuovo e decido di andare dritto al punto, non ho con me nessun Tricolore da barattare, ma gli offro qualcosa con molto più valore, una sorta di investimento ad alto rischio, d’altra parte anche Picasso lasciava qualche schizzo in cambio di una cena, o di una buona bottiglia di vino. Certo non potevo lasciargli un disegno, la mia esperienza con l’arte figurativa si è fermata alla rappresentazione barocca della casa con l’albero, ma un piccolo scorcio di vita dipinto da qualche parola, quello sì, quello era il pegno offerto in cambio di quello straccio di volgarità. A giudicare se ne valesse la pena, né io né lui, la donna-candela, la figlia. Centro, ho aperto una breccia, tentenna, sorride, scaltro e sogghigna: “Prima cosa, non è mia figlia, (né la figlia dell’altra, né l’altra la moglie del “lupo”, tutto alla faccia del mio sbandierato intuito) secondo, non ne faccio una questione economica, ma di principio, se mi avessi portato il Tricolore come promesso te l’avrei data, seppur malvolentieri perché già mi ero pentito, ma comunque te l’avrei data” e sorride di gusto. Non mi do per vinto, insisto, coinvolgo la donna-candela, d’altronde, anche se non è la figlia è pur sempre un giudice esterno, meglio, un dipendente e non avrà certo voglia di contraddire il padrone. Nicchia un poco, ondeggia, torna verso la vecchia “Fede” e, mi liquida con un “Vediamo”. Consegno il computer e la piccola poesia che ho scritto nel pomeriggio, forse ho esagerato un po’ nell’enfasi, nei toni, nel riportare le emozioni, forse è soltanto la proiezione di ciò che avrei voluto vivere, o forse volevo solo far piacere a quel moccolo di candela che brilla nonostante le raffiche di questo posto.
L'AMORE IMMAGINATO
Strane girandole di coincidenze
inaspettati incontri
di affinità elettive
Due corpi
la voglia di conoscersi
lanciare via gli scudi
unirsi, amarsi e perdersi
senza sfiorarsi, nudi
Così, senza volerlo, spinti dal vento
come nel volo dei gabbiani,
acrobazie armoniose di pensieri
tracciate, sulla carta,
dalle nostre mani
E' stato un caso,
uno strano gioco del destino
cercarti all'infinito e poi,
scoprirti lì, vicino
T'avrei rapito l'anima,
come il collezionista un quadro,
non tanto per l'avere,
quanto e soltanto per
un egoistico piacere
Intanto il tempo stringe
l'ultimo raggio dell'ultimo tramonto
ti sfiora dolce gli occhi,
il viso, ti bacia e,
senza che tu lo veda,
sopra di te,
si posa
Precipito
lungo le discese verticali delle rocce
in faccia all'orizzonte
dove s'incontra il mare e sopra
il paradiso,
come il serrarsi delle labbra tue
che svelano il sorriso
L'amore immaginato
l'unione di due mari.
sotto una luce di candela
che riscalda il cuore e che
diventa luna.
Nei minuti che seguono ognuno si dedica alle attività di competenza, io spolvero fulmineo pasta e mezzo vino d’accompagnamento, il lupo segue un appassionato scambio di vedute stile holliwoodiano in un mix di sberle e ululati, mentre le donne si danno alla lettura ed agli immancabili commenti sussurrati a mezza bocca. Finalmente è arrivato il momento, mi faccio sotto al lupo indicando l’odiato vessillo, mentre chiedo conto dell’inappellabile verdetto alla ex-figlia. Lei mi guarda, guarda il vecchio lupo che sorride sornione e, sorpresa, non mi tradisce, la poesiucola le piace, vuole quelle quattro righe e gliele chiede, implorante, con gli occhi. Traballa, ma lo spirito del vecchio lupo di mare torna a galla e non cede, anzi, la apostrofa stizzito e si rifiuta di proseguire la discussione, se voglio, in cambio, mi offre la cena, sette euro coperto incluso. Provo ancora, senza convinzione, mentre mi ha già lasciato per tornare dentro il suo mondo di cazzotti e celluloide. Tempo perso, fiato sprecato, rinuncio, ma anch’io non mollo il punto e non trascrivo nulla, come non fossi mai passato, come il turista di ferragosto, non lascio nulla, mancia compresa. Chi ne esce peggio dalla disputa è la donna-candela, insultata da un padrone contrariato dalla sua infedeltà e tradita da un amore mai nato, dalle mie bugie. Mi segue fuori con la scusa di una sigaretta, “Dove vivi, quando parti, sei fidanzato, posso chiamarti, perché mi innamoro sempre delle persone sbagliate, posso venire a trovarti?”. Non ci credo, è un incubo, e dire che non sogno mai, o forse non li ricordo, i sogni, gli incubi sì, quelli me li ricordo eccome. E dire che neanche l’ho baciata, pensa se andavamo a letto, sarei soffocato il giorno dopo nel velo nuziale. Fulminata dal D’annunzio dei tempi moderni o, più semplicemente, dalla prospettiva di una fuga nella city, via da questo mondo sempre uguale, dal ripetersi infinito delle onde, delle facce, del tempo? Scelta pessima in entrambi i casi, primo perché D’annunzio non è nelle mie corde, anche se forse sarebbe più giusto dire che io non sono nelle sue di corde e secondo, perché la vita nella city è uguale, escluse le onde le facce sono le stesse, solo seppellite sotto qualche tonnellata di fard in più. Mi dispiace, fossi stato dieci anni più giovane, o fossi stata più donna e meno candela, chissà, forse, saremmo andati a letto insieme. Scherzo, ti passo una mano intorno al viso e ti spiaccico un bacio su una guancia, mi dispiace davvero, non volevo ferirti, non voglio vivere fra le tue delusioni. E’ stato un attimo e non può bastare per amarmi, forse potrà bastare per quell’idea che hai di me, ma io, non sono quella idea, sono diverso, e non nel senso che aveva pensato il lupo quando la prima volta mi vide con il biondo, semplicemente, sono da solo. Torno a casa, sconfitto, il simbolo del “Grande Comunicatore” è ancora lì che campeggia nel suo angolo di polvere in attesa di tempi migliori e, soprattutto, mi dilania la sensazione di aver soffiato troppo forte su quella fiamma fragile sopra un corpo di cera. Spengo le luci, mentre ti penso e spero, ti sveglierai più luminosa ancora. Il velo anestetizzante della notte cancella tutti i ricordi, quando gli occhi riprendono a guardarsi intorno, intorno c’è solo il futuro, prossimo, incombente, ineluttabile, come la lama di una ghigliottina sulla testa e giusto il tempo di recitare le preghiere. Si avvicina il momento della dipartita, del ritorno, della vita che mi aspetta, della famiglia, dei doveri, del caos, della birra al pub finché non ci si sposa e poi ciabatte, troppo, almeno di prima mattina, rischio il collasso. Provo a tamponare il cervello con una corsa sfiancante e finisco seduto in riva al mare, la faccia che gronda sudore e il respiro affannato, mentre davanti a me si apre un universo di colori in cui ritrovo pace. La doccia è un rigenerarsi fisico che prende dall’esterno e va via via più giù, più dentro, fino alle tempie, fino ai pensieri. Esco, solito girovagare mattutino, misto di panorami e colazioni, compro lo stretto indispensabile, stasera sono ospite a casa del biondo, domani, con il treno del mattino, arrivi Tu. Passeremo insieme il mio ultimo giorno nell’eremo poi, ancora insieme, torneremo nella city. Peccato solo che comunque, in conclusione, come per un beffardo scherzo del destino, comunque, non stiamo insieme. La vita l’è strana. Cerco di spendere le ultime ore di questa vigilia senza pensarti, come a nascondersi da quella strisciante sensazione d’angoscia mista a paura che mi stravolge il cuore, un dribbling tra lacrime e preghiere, come la notte prima degli esami. A fine pomeriggio muovo alla volta del biondo, il paese, tra i maggiori della zona, si sviluppa lungo le due stradi principali, due lingue d’asfalto poste a croce e intorno i soliti ammassi di calce e mattoni a due piani. Sono in anticipo rispetto all’ora fissata e decido di dedicarmi allo shopping, il piccolo centro offre numerosi laboratori di ceramica e ne approfitto per acquistare un pensiero per nonna e sorelle, rito irrinunciabile di ogni viaggio, breve o vicino che sia. Rintraccio telefonicamente il biondo per capire dove raggiungerlo e scopriamo che sono praticamente di fronte casa sua, ormai è un vizio. Lo raggiungo, saluti affettuosi come non ci vedessimo da anni ed entro. Due stanze e cucina formato gigante, muri spessi, soffitti altissimi che nel salotto si fanno cupola, i mobili, divano, televisore, letto ed un comò, il resto è solo l’eco che dagli spazi vuoti riempie l’aria. Si chiacchiera del più e del meno, il lavoro, i nuovi ritmi, i vecchi amici, le prospettive e via dicendo. Gli lascio il libro che mi ha tenuto compagnia per questo mese, spero possa essere per lui almeno un poco di quello che è stato per me. Per cena pasta e sugo di mammà, dopo, una passeggiata leggera nella la desolazione di un panorama lunare. Siamo soli, non passa macchina o persona, dalle persiane non filtra luce, non una bar, un pub, una qualsiasi cosa dove sbattere le chiappe, o la testa. Dietrofront e a nanna, domani il biondo lavora ed io, aspetto te. La mattina dopo sono già sui binari in attesa del treno, puntuale, trenta minuti spaccati di ritardo. La sensazione sgradevole di cercarti in mezzo a quel fiume di persone che si rovescia a terra, spinte, urla, abbracci, lacrime soffocate sotto un cielo grigio. Piove, come non è successo mai per tutto questo mese, nuvole basse, grasse, scure che non ci vedi dentro e l’acqua che trasforma strade in affluenti, un segno, o solo la debolezza umana che materializza le paure? Delle ventiquattro ore che seguono non voglio parlare, le tue parole sono canzoni già ascoltate mille volte e ancora stonate o, forse, sono soltanto io che non ho più l’orecchio. , mentre mi siedi accanto si avvicinano le porte della city, è la stessa strada ingolfata di pellegrini affranti che mi lasciavo dietro mentre partivo. Ora, su quella strada ci sono io, da solo. E torno. Controcorrente. Finisce qui, senza le soluzioni, senza il tempo di un riassunto, senza gli addii, senza le conclusioni. Cosa mi aspetta, cosa ho lasciato, cosa è cambiato, ancora non lo so. Dentro sento ed ho soltanto la forza di vivere e, tanto, quello che è stato è stato. Una parentesi, una fuga, un trucco, anche semplicemente un sogno, un sogno che invece di una notte vive un mese. Un mese di tempo.
A. R.
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